Rifiuti bollettino di informazione normativa - direttore: Paola Ficco

Editoriale

PNRR, è l’acronimo di Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Si tratta del programma di investimenti che l’Italia deve presentare alla Commissione Ue nell’ambito del Next Generation EU (impropriamente detto Recovery Fund) che, come noto, è lo strumento per rispondere alla crisi provocata dal Covid-19. Il Piano non è ancora definitivo (approvato dal Consiglio dei Ministri il 13 gennaio 2021 e atteso dalle Commissioni parlamentari) ma le sei missioni ivi previste per il cambiamento epocale sono queste: digitalizzazione e cultura, infrastrutture per la mobilità, istruzione e ricerca, inclusione e coesione, salute; si aggiunge rivoluzione verde e transizione ecologica. Su questo ultimo punto, la parte del leone avrebbe dovuto farla la dotazione finanziaria messa a disposizione per l’economia circolare e la valorizzazione del ciclo dei rifiuti. E invece sembra proprio di no. Come indicato da Fise Unicircular e Fise Assoambiente “Il Piano prevede oggi 1 miliardo di euro a fronte dei 10 necessari solo per adeguare la dotazione impiantistica del nostro Paese per un’efficace gestione dei rifiuti. Mancano, inoltre, strumenti necessari per rafforzare il mercato del riciclo”.
Insomma, una goccia nell’oceano che non renderà possibile garantire la transizione italiana verso l’economia circolare né consentire la creazione di impianti di gestione. È questa carenza impiantistica che costringe i rifiuti italiani verso l’estero.
Una follia che dimostra non solo la nostra incapacità di gestire il problema ma anche la nostra inossidabile volontà di dilapidare il carico di materia prima, energia e risorse economiche di cui i rifiuti (i.e. il lato oscuro e speculare della produzione) sono dotati. La miopia è imperante. In un Paese privo di materie prime come l’Italia occorre, invece, potenziare e rendere più efficiente il mercato del riciclo e del riutilizzo e incentivare l’utilizzo dei prodotti derivanti da riciclo. Insomma, ancora un’occasione che rischiamo di perdere. L’ennesima. E questa non è un’occasione qualsiasi, semplicemente perché è irripetibile.
Occorre cambiare il modello di sviluppo modificando (e non azzerando) produzione e consumo. Infatti, per accedere ai fondi resi disponibili, l’Europa ha individuato nel 37% la quota minima per gli obiettivi del Green Deal. Non era necessario, allora, essere dei geni per capire che il passaggio alla circolarità dell’economia si risolve con la industrializzazione del sistema di gestione dei rifiuti e se questo non avviene neanche con il “Recovery Plan” (lo strumento per spendere i fondi del Next generation Eu) è segno che non c’è alcuna volontà che questo accada.
Allora l’economia circolare resterà un sentimento e non diventerà un luogo. Una specie di rimpianto, testimone di una distanza sedimentata tra possibilità e realtà e che si è persa per strada.
Della industrializzazione della gestione dei rifiuti si parla da sempre, ma anche in questa occasione la si trasforma in qualche cosa che si ritrova intatta solo nel ricordo. Il ricordo che riporta al punto al quale mirava il viaggio. Il potere distruttivo dell’assenza.
Eppure basterebbe poco per cominciare: dalla riduzione dell’Iva sul riciclato alla concessione del credito di imposta a chi lo acquista. È tutto talmente elementare che sembra quasi insensato cercare di spiegare.
Non compiere questi passi minimali e destinare risorse ridicole all’architrave della “rivoluzione verde” vuol dire aver ribaltato i canoni della comprensione. Infatti, per capire si deve collocare il problema nella mappa della realtà dandogli un nome e trovando una soluzione. Invece, quello che accade oggi è intuire come quel problema può modificare la mappa. Senza nomi e soluzioni. È così che la realtà poi diventa irriconoscibile.
Il PNRR, per quanto riguarda l’economia circolare e la gestione dei rifiuti, non si è sottratto a questa logica perversa, ma è spettacolare con i suoi nomi inglesi e le diapositive di presentazione.
Un’operazione chirurgica alla Dorian Gray che, cambiando posto alla realtà e alle sue modalità di rappresentazione, contribuisce a scavare il solco sempre più profondo del divario tra la dimensione del problema e la capacità dello strumento per gestirlo.