Rifiuti bollettino di informazione normativa - direttore: Paola Ficco

Valutazioni e proposte

L’Europa ha individuato nella Circular Economy e nel potenziamento delle attività di riciclo la strada per una crescita sostenibile e inclusiva, anche al fine di rispondere alla sempre più scarsa disponibilità di materie prime.
È indubbio che il piano definito a livello comunitario sia una vera opportunità per gli Stati membri, in particolare per l’Italia che, storicamente carente di materie prime, ha da sempre sviluppato iniziative per il recupero di materiali. Dal dopoguerra è cresciuta nel nostro Paese una cultura industriale del recupero e oggi in tutti i settori (metalli, carta, vetro, plastiche, tessile) siamo, con la Germania, il più importante “distretto del riciclaggio” d’Europa e primi nel mondo. Il 67% circa dei rifiuti speciali ed il 47% circa dei rifiuti urbani nel 2017 viene avviato a recupero di materia. Nel nostro Paese sono attive eccellenti attività di riciclo che formano, in alcune aree, distretti industriali tra i più evoluti al mondo con capacità e qualità tali da richiedere importazioni di rifiuti/MPS da riciclare.
Inoltre, come riportato dal Report FISE Assoambiente, pubblicato a marzo 2019, su “Per una strategia nazionale dei rifiuti”, il comparto della gestione dei rifiuti riveste un ruolo importante anche per l’economia di questo Paese: l’attività di questo settore vale circa 28 miliardi di euro ed inoltre, secondo la Commissione europea, oltre a determinare vantaggi ambientali, potrebbe conseguire importanti risultati anche nell’incremento dell’occupazione (circa +51%).
Attuare l’economia circolare significa però mettere in atto una serie di azioni in grado di perseguirla. In primo disporre di un nuovo mix fra le diverse tipologie di impianti, con dimensioni corrispondenti alla domanda per garantire la “chiusura del cerchio” sulla gestione rifiuti. Servono impianti di riciclo capaci di sostenere il flusso crescente dei rifiuti provenienti in particolare delle raccolte differenziate di rifiuti, ma anche impianti per la valorizzazione energetica (nel 2017 pari a circa il 20%) di quei rifiuti che non possono essere avviati a riciclo e/o degli scarti da processi di riciclo. Questi due ultimi flussi – che non possono essere ignorati in quanto interessano ancora quantitativi importanti nel nostro Paese (circa 12 milioni di tonnellate tra rifiuti speciali e urbani) – dipendono da diversi fattori tra cui i principali sono: l’evoluzione tecnologica finalizzata a migliorare sempre più le rese nelle diverse filiere del riciclo, la qualità dei rifiuti differenziati/selezionati che arriva agli impianti di riciclo e la possibilità di sbocco sul mercato delle materie prime seconde derivate dai processi di riciclo (vedasi da ultimo la crisi a seguito del blocco conferimenti a Paesi dell’estremo oriente). Infine servono comunque anche discariche, seppure come facilities a supporto per quanto non ulteriormente valorizzabile, con un ruolo residuale ma indispensabile al corretto smaltimento di questi rifiuti.
In assenza di condizioni e possibilità di sviluppo industriale verso tale contesto, l’alternativa sarà quella di aumentare l’esportazione dei nostri rifiuti verso realtà industriali estere – che in Italia non si riescono a realizzare per opposizione locale o contesti amministrativi più restrittivi – peraltro ubicate in Paesi ritenuti da molti modello di sostenibilità ecologica (Germania e Svezia). In proposito basti pensare le difficoltà di realizzazione anche solo impianti di compostaggio nel centro-sud del Paese stante la quotidiana e certa produzione dei rifiuti e delle distanze oggi richieste per il loro conferimento. Il risultato sarà una sempre maggiore dipendenza dell’Italia alle disponibilità di gestione offerte da altri Paesi, con incertezze su standard di servizi e ricadute ambientali (trasporto), economiche (richieste e costi crescenti del conferimento presso impianti di regioni lontane o esteri), energetiche (i rifiuti movimentati spesso contribuiscono alla produzione di energia nel Paese di destinazione), di perdita di potenziale forza lavoro, in particolare nelle regioni del sud del Paese, nonché di una riduzione della competitività delle nostre aziende che si confrontano sul mercato estero con concorrenti soggetti a sensibili minori costi nella gestione dei propri rifiuti.
Il quadro è quindi chiaro ma il contesto normativo nazionale, che da diversi anni vive una fase critica e contraddittoria, stenta a supportare tale percorso. Anche nel 2019 l’intervento normativo operato dalla Legge 55/2019 (Sblocca Cantieri) ha determinato gravi ricadute proprio sul settore del riciclo, come si evince anche dall’appello sul tema presentato a Governo e Parlamento nel giugno da oltre 50 sigle associative, tra cui FISE Assoambiente. La norma nazionale sull’“end of waste” vincolando le autorizzazioni caso per caso a livello regionale al rispetto di quanto disposto nel Dm 5 febbraio 1998, nel Dm 12 giugno 2002 n. 161 e nel Dm 17 novembre 2005, n. 269 ha colpito proprio le attività che impiegavano modalità e tecnologie più innovative per il riciclo e recupero dei rifiuti e quindi paradossalmente anche le più avanzate ed efficaci per la tutela ambientale e lo sviluppo. Il blocco del riciclo derivato da tale normativa, insieme alla già carente presenza di impianti, ha investito la maggior parte delle tipologie di rifiuti e di attività di riciclo, creando un grave ostacolo allo sviluppo degli obiettivi previsti dall’Europa al 2035, nonché concrete difficoltà nell’attuale gestione di importanti quantità di rifiuti.
Un Paese responsabile e moderno deve poter disporre non solo di un sistema di gestione dei rifiuti adeguato ed evoluto sul piano industriale e quindi della necessaria impiantistica per rispondere alle esigenze che emergono da una pianificazione del settore ma anche della stabilità e certezza normativa necessaria per la realizzazione di tali soluzioni.