Rifiuti bollettino di informazione normativa - direttore: Paola Ficco

Valutazioni e proposte

In un’economia circolare in cui non dovrebbe, almeno idealmente, esistere un inizio e una fine, abbiamo bisogno di almeno un punto fermo: mettere la parola fine ai rifiuti. I motivi sono tre: il primo, di carattere culturale, riguarda il passaggio da un approccio consumistico – usa e getta – a un sistema virtuoso in cui il termine “buttare” sparisce e un prodotto, qualsiasi esso sia, resta una risorsa anche quando diventa per noi inutile; il secondo, prettamente operativo e gestionale, coincide con lo stop al conferimento in discarica, per far posto a due grandi strade maestre, riuso e riciclo; il terzo, per qualcuno, è una mera questione burocratica, ma è di fatto il prerequisito per far funzionare il sistema: quello che viene tecnicamente definito “End of Waste”, fine del rifiuto, appunto.
Una fine che, è il caso di dirlo, è davvero un nuovo inizio. Perché permettere a determinati rifiuti di cessare di essere definiti come tali, nel rispetto di altissimi standard ambientali, apre nuove strade a beni e materiali fino ad oggi fermi su un binario morto. Beni e materiali che potrebbero essere reimmessi nel ciclo produttivo, con effetti benefici non solo per l’ecosistema, ma anche per un settore economico che potrebbe davvero diventare il traino di una ripresa italiana votata all’innovazione. Le imprese ci sono, il know how anche, così come i brevetti, ma tutto rischia di restare in un limbo paradossale per un Paese come il nostro, storicamente povero di materie prime e sempre più costretto a importarle.
All’indomani del Decreto “Sblocca cantieri”, che proprio sulla questione dell’End of Waste ha fatto fare all’Italia un passo indietro lungo 20 anni, Cobat, assieme a oltre 50 organizzazioni che rappresentano quell’Italia che da anni getta le basi per un’economia circolare perennemente pronta a spiccare il volo, ha sottoscritto un appello al governo e al Parlamento. Quell’appello vale ancora oggi. Perché mentre l’Europa corre, l’Italia rischia di rimanere al palo. Non è una questione che riguarda un solo settore: quella che viene definita economia circolare è la somma delle filiere più innovative.
Cobat ha fatto nascere la filiera del riciclo delle batterie e da 30 anni insegue l’incessante innovazione tecnologica, affrontando la sfida del riciclo degli ultimi ritrovati della tecnologia, senza dimenticare le batterie al litio, sempre più centrali per l’imminente rivoluzione delle auto elettriche e per lo storage da fonti rinnovabili.
Sono tante le filiere a cui il maldestro decreto End of Waste ha tarpato le ali: rifiuti da demolizione, pneumatici fuori uso, multimateriale da spazzamento stradale, imballaggi industriali, scarti di cartiera, biometano da rifiuti organici, apparecchiature elettriche ed elettroniche, oli e grassi animali e vegetali, vetroresina, polistirolo e terre e rocce da scavo.
L’elenco è lungo e il rischio è rendere vani gli sforzi di tante eccellenze italiane in un mercato europeo in cui i concorrenti possono invece contare su nazioni che applicano la normativa più all’avanguardia. È una questione economica, ma anche di efficienza nell’uso della materia e di diminuzione dell’impatto ambientale della produzione. Sarebbe assurdo che a rendere l’economia circolare un’occasione mancata fosse un decreto che di nome fa “End of Waste”, ma di fatto, per mancanza di coraggio, invece di porre la parola fine ai rifiuti, rischia di farci finire in mezzo all’immondizia.