Rifiuti bollettino di informazione normativa - direttore: Paola Ficco
La qualificata e affidabile informazione normativa sulla gestione dei rifiuti

Rifiuti 2015 - Quesiti e risposte

Raccolta sistematica e ragionata dei Quesiti risolti dalla Rivista Rifiuti – Bollettino di informazione normativa

a cura di Paola Ficco
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uscita: novembre 2015
numero pagine: 408
ISBN: 9788866271840
formato: 15 x 21 cm
28,00 euro

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Quesiti sui rifiuti

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Quesito del mese

Un’azienda ha come attività principale la verniciatura in conto terzi. Nel processo produttivo vengono utilizzate vernici liquide a base solvente. Nell’ambito del processo, i solventi sono impiegati nella fase dei cambi colori, per la diluizione delle vernici. In seguito al lavaggio si produce un quantitativo di solvente contaminato da vernici e, per non disfarsi totalmente di questo prodotto, si utilizza un distillatore di solventi che ci permette di recuperare circa l’80% dei solventi contenuti nella miscela. Questo processo di recupero ci permette di soddisfare importanti obiettivi: a livello economico, si abbattono i costi di processo per il riutilizzo dei solventi; a livello ambientale, si riducono i quantitativi di rifiuti prodotti e i quantitativi di nuovo solvente da acquistare (materia prima).
Di fronte a questo scenario si ritiene che l’utilizzo del distillatore sia un’attività di recupero effettuata su propri residui di lavorazione ed effettuata su uno scarto che non ha ancora assunto la natura giuridica di rifiuto e quindi non necessita di alcuna autorizzazione finalizzata a tale recupero. Questa valutazione è corretta? Potrebbe essere altrimenti gestito come sottoprodotto ai sensi dell’articolo 184-bis del Dlgs 152/2006? Per normale pratica industriale può essere incluso il riscaldamento indiretto effettuato dall’eventuale distillatore?

Risponde Paola Ficco

Si ritiene che la soluzione prospettata dal Lettore sia corretta solo nel caso in cui il distillatore di solventi che consente di recuperarli sia parte integrante dell’attività di verniciatura, di talché, in difetto del distillatore, l’attività non possa esistere.
Dal tenore del quesito questo non si evince. Ma la sua soluzione è rimessa esclusivamente a questa valutazione che ovviamente solo il Lettore può compiere poiché egli ha conoscenza e cognizione del proprio processo e di quanto è stato autorizzato.
Un processo di recupero non è tale perché consente di risparmiare risorse e matrici ambientali ma perché è riconosciuto o meno dalla disciplina amministrativa e legislativa di riferimento.
La gestione della sostanza come sottoprodotto implica la dimostrazione del rispetto delle condizioni poste dall’articolo 184-bis, comma 1, Dlgs 152/2006.
La citata inscindibilità della distillazione in parola rispetto al ciclo di verniciatura diventa fondamentale anche ai fini della “normale pratica industriale” che l’articolo 6, comma 2, Dm 264/2016 definisce nei seguenti termini: “Rientrano, in ogni caso, nella normale pratica industriale le attività e le operazioni che costituiscono parte integrante del ciclo di produzione del residuo, anche se progettate e realizzate allo specifico fine di rendere le caratteristiche ambientali o sanitarie della sostanza o dell’oggetto idonee a consentire e favorire, per l’utilizzo specifico, tutti i requisiti pertinenti riguardanti i prodotti e la protezione della salute e dell’ambiente e a non portare ad impatti complessivi negativi sull’ambiente”.


Si potrebbe eccepire che questa definizione è limitativa poiché contenuta in un Decreto ministeriale (264/2016) che (per sua ammissione) non ha alcun effetto vincolante, quindi, “rimaneferma la libertà di dimostrare la sussistenza dei requisiti richiesti” dall’articolo 184-bis, Dlgs 152/2006 per l’esistenza di un sottoprodotto anziché di un rifiuto.
Però, se è vero che il decreto non è vincolante per le procedure, lo diventa quando contiene “elementi di chiarimento sull’applicazione” delle norme vigenti.
Le previsioni diventano allora vincolanti perché “esplicative di specifiche norme di legge vigenti cui fanno riferimento” (Circolare Minambiente 30 maggio 2017 n. 7619).
Tale circolare ricorda che il concetto di normale pratica industriale è stato letto dalla Corte di Cassazione in questi termini:
• il trattamento non incide o non fa perdere al materiale la sua identità, le caratteristiche merceologiche, o la qualità ambientale, non determina un mutamento strutturale delle componenti chimico-fisiche della sostanza o una sua trasformazione radicale (Cass. pen. 40109/2015 e 17453/2012)
• il trattamento corrisponde a quelli ordinariamente effettuati nel processo produttivo nel quale il materiale viene utilizzato ed in particolare a quelli ordinariamente effettuati sulla materia prima che il sottoprodotto va a sostituire (Cass pen 17453/2012 e 20886/2013).


La natura o meno di sottoprodotto, dunque, costituisce una “quaestio facti” demandata al giudice di merito che, se sorretta da motivazione esente da vizi logici o giuridici, è insindacabile in sede di legittimità (pertanto, in tal caso, il ricorso per Cassazione non è ammissibile).
Pertanto, il percorso relativo al sottoprodotto rimane ricco di incognite che potrebbero avere una soluzione solo con un confronto preventivo (e verbalizzato) con l’autorità di controllo.


Tratto da: Rifiuti n. 272 maggio 2019

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