Rifiuti bollettino di informazione normativa - direttore: Paola Ficco

Editoriale

Green economy” o “Collegato ambientale”. Sono i nomi gergali dati alla legge 221/2015.
La nuova legge è vigente dallo scorso 2 febbraio e non ha mancato di stupire il fatto che sia stata veicolata dai “media” generalisti come la legge contro l’abbandono di piccolissimi rifiuti (scontrini, fazzoletti, chewing gum, ecc.) che, se buttati per strada, espongono alla sanzione amministrativa pecuniaria da 30 a 150 euro. La sanzione si raddoppia per i mozziconi di prodotti da fumo. Spacciata come una vittoria del decoro urbano contro il degrado delle nostre città, la nuova norma si sostanzia, invece, in un affievolimento sanzionatorio dell’abbandono. Infatti, l’articolo 255 del “Codice ambientale”, non distingue tra rifiuti piccoli e grandi e fin dal 2006 punisce con una sanzione amministrativa pecuniaria da 300 a 3.000 euro “chiunque” abbandoni o depositi rifiuti o li immetta in acque superficiali o sotterranee. Il problema sono i controlli che non ci sono e non le sanzioni che, invece, sono fin troppe.
Pagine di giornali e trasmissioni radiofoniche dell’Italia del fare e delle buone notizie dedicate al nuovo sedicente strumento contro il degrado e silenzio assordante sull’unica vera buona e grande notizia presente nella nuova legge 221/2015: il Gpp (Green public procurement) e l’obbligo per la P.a. di acquistare i beni e i servizi di cui necessita esclusivamente (o quasi) sul mercato dei fornitori “ambientalmente compatibili”.
Si tratta di una buona notizia perché reca con sé il cambio di un paradigma. Una logica nuova destinata a coniare una nuova era per l’affermarsi di una riflessione meditata e condivisa sui nuovi significati che attraversano il vivere contemporaneo, così articolato e complesso e che, in quanto tale, ha bisogno di un approccio ormai non più analitico ma olistico.
Infatti, gli acquisti pubblici presentano una notevole incidenza sull’intero sistema economico dei Paesi Ue: secondo le stime della Commissione Europea, ammonta a circa 2 trilioni di euro/anno, il 19% del Pil annuale. In Italia, la spesa pubblica per beni e servizi ammonta a 50 miliardi di euro, al netto di spese per la difesa e altre spese non aggredibili. Questa enorme cifra fa sì che il GPP trasformi la P.a. facendola diventare uno sprone verso un consumo più consapevole; infatti, se la P.a. riduce l’impatto ambientale dei beni e servizi di cui necessita, trascina il mercato a orientarsi su prodotti e servizi a basso impatto ambientale. Questo induce la modifica delle strategie produttive delle imprese.
In una parola: la P.a. dà il buon esempio. Del resto, è il consumatore che fa il mercato.
Il Gpp porta alla sostituzione dei beni e dei servizi utilizzati ed erogati ad una P.a., con beni e servizi che abbiano la stessa funzione ma un minore impatto ambientale.
Il Gpp non può essere considerato solo come una pratica di acquisto verde. È molto di più: è uno strumento attuativo dello sviluppo sostenibile e dell’economia circolare.
Vista la sua straordinaria valenza, quasi un grimaldello capace di scardinare pratiche di acquisto non sempre commendevoli e raramente condivisibili, preoccupa -e molto- come questo nuovo sistema sia stato ignorato a tutto vantaggio dei mozziconi di sigarette.
Forse perché la società è ormai liquida e il concetto di comunità è solo sbandierato a parole, dove le uniche soluzioni per l’individuo senza punti di riferimento sono l’apparire e il consumare. Un consumare dove non c’è alcun desiderio di appagare un bisogno, ma solo necessità finalizzate all’apparire tra piccoli e grandi egoismi e strategie di seduzione, tesi fra oltranze stilistiche ed estremismi comportamentali.
Invece, il Gpp ha una sua speciale incandescenza e caratteristiche proprie, capace come è di selezionare, distinguendo tra chi accetta di crescere (qualificandosi sotto il profilo delle prestazioni ambientali) e chi, invece, respinge questo processo.
È questo che darà agli eventi che saranno un senso diverso: si plasmeranno le convinzioni e le azioni di ciascuno. Una rideterminazione delle sorti dove il centro di gravità, dal profitto per pochi, si sposterà al benessere per molti. Una sfida per tutti.
Però, la nostra è una società desistente che, come tale, vuole vivere senza troppi problemi. Per questo, il cambio di paradigma non sarà semplice: occorrerà che muti il sentire privato di ciascuno senza attendersi (anche qui) granché dal dibattito pubblico, annacquato dai qualunquismi di sempre.