Rifiuti bollettino di informazione normativa - direttore: Paola Ficco

Editoriale

Circa 20 anni fa Giorgio Ruffolo, insigne economista e uno dei primi Ministri dell’Ambiente, scriveva un libro di critica alla crescita insostenibile e che esprimeva tutto il suo senso già nel titolo: “Lo sviluppo dei limiti”.
La sostenibilità ecologica e sociale, scriveva Ruffolo, può essere raggiunta solo se trasformiamo i vincoli in opportunità e i limiti in sviluppo. È, infatti, necessario provare ad andare oltre l’analisi e la denuncia che erano contenute nel rapporto realizzato nel 1972 dai coniugi Meadows per il Club di Roma e intitolato “I limiti dello sviluppo”.
La non sostenibilità del ciclo di gestione dei rifiuti costituisce, appunto, uno dei limiti dello sviluppo dell’economia contemporanea.
La sostenibilità del ciclo di gestione dei rifiuti costituisce, invece, il primo passo verso una nuova economia, socialmente ed ecologicamente sostenibile, fondata sulla conoscenza. Può sembrare un’utopia ma, a ben guardare non è già in atto e da molto tempo. Si chiama economia circolare e in questo momento è molto trendy, appare come un orizzonte lontano da raggiungere attraverso sforzi e impegni ciclopici. La Commissione Ue ne ha fatto un “mantra” della sua azione in materia di rifiuti e sembra aver svelato un mondo nuovo.
L’uso sostenibile delle risorse è alla base delle azioni e degli obiettivi individuati dal VII programma d’Azione per l’ambiente, adottato con decisione n. 1386/2013, e che definisce un quadro generale delle azioni per la politica ambientale fino al 2020 con una visione fino al 2050.
A ben guardare, però, la Commissione Ue ha immaginato e reso concreta l’economia circolare in materia di rifiuti da tempo. Infatti, l’articolo 3, dell’antica direttiva 75/442/Cee del 15 luglio 1975 stabiliva che “Gli Stati membri adottano le misure atte a promuovere la prevenzione, il riciclo, la trasformazione dei rifiuti e l’estrazione dai medesimi di materie prime e eventualmente di energia, nonché ogni altro metodo che consenta il riutilizzo dei rifiuti”.
Insomma, sotto il profilo dell’impegno e del messaggio, è possibile affermare che niente di nuovo c’è sotto il sole. Del resto che i rifiuti sono risorse messe in un posto sbagliato è evidente, ai più, da sempre.
Quello che colpisce in questa ri-affermazione dell’economia circolare da parte dello schema di direttiva che sostituirà la 2008/98/Ce è lo sdoganamento dai sistemi autorizzatori per alcuni, quasi ci si stesse avviando verso una nuova frontiera dove, pur rimanendo inalterata la definizione di “rifiuto” (con tutte le conseguenze autorizzatorie, gestionali e sanzionatorie che ne derivano), si parla (e si sparla) di riutilizzo (che riguarda i non rifiuti) e preparazione per il riutilizzo (che riguarda rifiuti e non rifiuti). Sembra già di vedere la proliferazione di iniziative sedicenti benefiche e senza scopo di lucro che raccolgono e riparano e rimettono in circolazione quanto riparato.
Come è facile prevedere si avvicina un enorme “pulviscolo” che opporrà “gestori” di rifiuti a “riparatori” di non rifiuti che, pur essendo rifiuti alla luce della definizione comunitaria, non sempre saranno ritenuti tali. Si sta per sconvolgere un equilibrio (precario e odioso, ma pur sempre equilibrio) dato dalla olistica definizione di rifiuto (e dalle sue chiare esclusioni) che rimane nei testi legislativi ma che nella realtà sarà smentita da iniziative benefiche et similia con buona pace degli impianti e dell’economia di settore.
Si profila all’orizzonte una specie di rivoluzione alla quale si collega, indirettamente, il nostro rapporto con il fatto di essere diventati un’Europa povera che, tuttavia, non ha il coraggio di fare regole chiare che escludano univocamente dalla nozione di “rifiuto” quanto sottoposto a riciclo/recupero/preparazione per riutilizzo. A chiusure pseudo salutiste (che sul territorio si traducono in barbari rifiuti di impianti) si affiancano timorose cautele e quasi complessi di colpa o ansie di dimostrarsi politicamente ipercorretti. Il che rivela un inconscio pregiudizio altrettanto inaccettabile: le cautele pudibonde rivelano un disprezzo totale di quanta ricchezza possa essere estratta da quello che non va in discarica.
Insomma torniamo al solito punto: cosa è un rifiuto e cosa non lo è. A giudicare dal testo della nuova direttiva della Commissione è rifiuto quanto viene abbandonato e quanto recapitato negli impianti autorizzati. Tutto il resto, viene sottratto dal rispetto delle norme sui rifiuti con i buoni(sti) propositi della solidarietà sociale. Ancora una volta la complicata e vischiosa spirale delle norme comunitarie fintamente prudenti, aprirà a disordine e conflitto.