Rifiuti bollettino di informazione normativa - direttore: Paola Ficco

Editoriale

Un Paese che non studia non ricorda il passato, ha effimera cognizione del presente e, quindi, non può immaginare il suo futuro. Stupefacente dunque che nessun nuovo Governo faccia della cultura e della sua diffusione concreta il primo vero motore di sviluppo. Questo, nonostante tutti siano sempre nel disperato tentativo di un progetto per il futuro nazionale.
Ogni tanto qualcuno favoleggia di “giacimenti storici e archeologici” che nella metafora del quotidiano prendono il posto dei pozzi di petrolio e delle miniere d’oro di cui l’Italia è priva. Nello starnazzante silenzio di gran parte dei sistemi mediatici, in pochissimi si sono occupati di Horizon 2020, il programma quadro della Unione europea per la competitività complessiva del Vecchio continente. Con un budget di 80 miliardi di euro, il programma punta a rilanciare ricerca ed innovazione per favorire crescita e sviluppo. Un progetto ambizioso teso a colmare il divario tra ricerca e mercato. Tra i punti programmatici di Horizon 2020 si inseriscono i “Programmi congiunti” (Jpi – Joint programming initiative) che partono da priorità nazionali e diventano temi condivisi tra i diversi Paesi europei. Così già dal 2010 è partita la Jpi (incredibilmente) tutta italiana (ministeri dell’istruzione e dei beni culturali) chiamata “Cultural Heritage” (Patrimonio culturale e cambiamenti globali: una nuova sfida per l’Europa).
In questa “eredità” che, in quanto tale, va tramandata, non vi rientrano solo il Colosseo o il Louvre ma anche Dante e Moliére. Una visione più olistica e complessiva dunque che, del resto, è l’unica che può dare garanzie sul lungo periodo. Difendere i beni culturali, però, non significa solo preservarli per aumentarne la potenzialità in termini economici. Significa innanzitutto capirli, perché lo studio delle scienze umane non tramette (solo) un testo sacro ma un repertorio di simboli, di materiali e di tecniche che manipolati, usati e recuperati consentono di creare modelli. Quei modelli (anche) di creatività che consentono di non confondere il Duomo di Milano con il castello della Bella addormentata. Tutto questo non ammette scorciatoie e nessuna misura “light” che alleggerisca il rigore dello studio dell’archeologia o delle lingue classiche o della storia dell’arte. È inutile avere operatori dei beni culturali laureati che, confondendo il vecchio con l’antico, non sanno tradurre cosa c’è scritto sulla facciata della Basilica di San Pietro. Invece, il nuovo deve abbattere il vecchio usando l’antico. Del resto il Rinascimento che cos’è stato se non una particolare morfologia del passato? Tutto questo non sembra essere chiaro alla nostra Corte dei conti che ha chiesto un risarcimento di 234 miliardi di euro alle agenzie di rating S&P, Fitch e Moody’s perché, quando nel 2011 hanno declassato l’Italia, non hanno tenuto in debita considerazione l’“alto valore del patrimonio storico, culturale e artistico del nostro Paese che universalmente riconosciuto rappresenta la base della sua forza economica”. Quei soldi non li avremo mai anche perché, forse, le agenzie di rating sono state così severe proprio perché hanno considerato l’incapacità di gestione nazionale (anche in termini di istruzione, ricerca e cultura) e come ci siamo pigramente seduti su quanto abbiamo la fortuna di possedere. Tra l’altro, la richiesta nazionale è pericolosa, perché ove quelle agenzie non avessero considerato tutto questo, potrebbero farlo e diventare ancora più severe.
Chiunque può notare che anche il sistema dei rifiuti in Italia è frutto di poca capacità e della pigrizia intellettuale che assedia il Paese, dove le intelligenze sono ghermite dalla proliferazione di quelli che Socrate chiamava i “saperi tecnici” distinguendoli dal “sapere per eccellenza”: quello etico. Sempre più carente. Se questa seconda tipologia di sapere fosse solo un poco più diffusa si avrebbero meno scandali e più responsabilità dei singoli e delle collettività intere. Non ci sarebbe dunque bisogno di voler prevedere tutto. Perché così si finisce, inevitabilmente, per non prevedere nulla, e anzi paralizzare iniziative e possibilità. In uno dei suoi frammenti Eraclito avvertiva che “sapere molte cose non insegna a pensare in modo retto”. E così, questo “legiferare” (locale e nazionale) che fa e disfa leggi, regolamenti, ordini e discipline in un’eterna ed estenuante tessitura, dove ciascuno si sente l’eroe (l’unico) capace di risolvere il problema, porta con sé sempre la necessità di ricominciare daccapo e di tentare un (non sempre facile) riallineamento tra il centro e la periferia. Di qui, l’abisso dei problemi che ogni revisione legislativa produce, dove tutto questo si iscrive nella struttura stessa del disordine.

Paola Ficco