Rifiuti bollettino di informazione normativa - direttore: Paola Ficco

Editoriale

500 anni.
Sono quelli che servono per formare due centimetri di suolo. Una coltre preziosissima e sempre più scarsa asservita alla funzione economica che stravolge i territori privandoli della loro figurazione estetica. Quella figurazione che ci ha fatto figli di un luogo, di una storia e di una bellezza.
50 anni. Sono quelli trascorsi dalla tragedia del Vajont. La giornalista Tina Merlin subito dopo quella tragedia (che la sera del 9 ottobre 1963 in pochi secondi uccise 1.910 persone) scrisse “Non si può soltanto piangere, è tempo di imparare qualcosa”. Prima che la tragedia avvenisse, la Merlin denunciò i pericoli che avrebbero corso i paesi a valle del monte Toc se la diga fosse entrata in funzione; fu denunciata e processata (e assolta) per aver diffuso, tramite i suoi articoli, notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico.
Non abbiamo imparato nulla. Esondazioni, crolli e frane si succedono quasi con naturalezza, nonostante avvisaglie, evidenze e organi di informazione. Del resto, anche l’offesa e la conseguente sparizione del nostro paesaggio, cementificato e avvilito, sono l’inevitabile conseguenza di una gestione violenta del miracolo economico del dopoguerra: desertificazione delle campagne, abbandono dell’alveo dei fiumi, cementificazione di suolo agricolo e creazione di ghetti periferici. (Quasi) nessuno si indigna se le navi da crociera (ancora loro) si addentrano nella laguna di Venezia, tanto cara ad Hermann Hesse, innamorato dei fulgori cromatici della sua acqua. Ma in fondo, chi era Hermann Hesse? e poi una grande nave davanti a San Marco si “posta” sui social network. È anche così, con l’oblìo del passato e la sciatteria intellettuale, che saltano i ritmi cosmici dell’esistere. Dell’oltraggio al suolo però, finalmente, si è reso conto il Ministro dell’ambiente Orlando, che ha proposto e ottenuto il placet del Consiglio dei Ministri sul Ddl per il contenimento del consumo del suolo e il riuso di quello edificato. Una straordinaria inversione di tendenza e, forse, c’è speranza. Ma ancora moltissimi non capiscono la scrittura ingannevolmente semplice del nostro paesaggio, che lo rende un gotico quotidiano denso di fascino e mistero, così lo disprezzano lasciandolo senza tutela. Perché? Forse perché anche questo disprezzo è figlio del profondo analfabetismo funzionale che affligge l’Italia (tanto per non farci mancare nulla). Disporre del patrimonio paesaggistico e artistico più importante del mondo, infatti, non è servito per capire che per creare un sano modello di sviluppo al centro del dibattito sociale e politico doveva esserci la cultura.
Questo non è accaduto. Non è un caso allora che i recentissimi dati Ocse del rapporto “Skills outlook 2013” ci vedono all’ultimo posto, tra 24 paesi sviluppati, per competenze in lettura (literacy) e al penultimo per quelle in matematica (numeracy) e capacità di risolvere i problemi in ambiente fortemente tecnologici (problem solving). Si tratta dei cd. “analfabeti funzionali”, cioè di coloro che non sanno utilizzare le abilità di base per potersi esprimere. Più brutalmente: non sono capaci di ragionare. In Italia i dati sull’analfabetismo funzionale sono (come al solito) allarmanti; infatti, sembra che ci si attesti sul 47% della popolazione (contro il 7,5% della Svezia).
Insomma, abbiamo un capitale umano “imbarazzante” e non ce ne rendiamo conto.
Nessuno prende sul serio questo dato, meno che mai la classe politica. Forse proprio perché l’analfabetismo funzionale è origine e punto d’arrivo del problema.
Il rischio è che la diffusione dell’analfabetismo funzionale possa dar vita a una società sbilanciata e come tale molto pericolosa. Per tutti. Che risieda in questa incapacità di ragionare la scelta di un Sistri fatto come è fatto e che non riesce a migliorare? Un Sistri che (con il trasferimento dei dati a fine giornata dalla carta al sistema) garantisce solo la cosmogonìa dell’assenza di controlli in tempo reale. E allora a che serve?