Rifiuti bollettino di informazione normativa - direttore: Paola Ficco

Editoriale

Trashed è il titolo del bel film documentario del 2012 con il quale l’attore Jeremy Irons illustra i problemi derivanti dallo smaltimento dei rifiuti nella società consumista, senza dimenticare i rischi per la catena alimentare. 97 minuti di proiezione per un viaggio attraverso le forme di inquinamento dei cinque continenti che costituiscono questo mondo ormai devastato e rovinato. Perché “trashed” significa, appunto, questo. Trashed è anche un incitamento al cambiamento e forse potrebbe indurre ulteriori riflessioni sul fatto che i rifiuti sono solo risorse messe in un posto sbagliato.
Invece, incuranti di questo, le politiche economiche e ambientali hanno spezzato il ciclo chiuso delle risorse cercando di far sparire i prodotti e con loro i materiali. Ma questo non è possibile. Lo spiegò Eraclito, con il suo “panta rei”: in questo perenne scorrere di tutte le cose, il filosofo del divenire trovò la relazione scientifica posta poi da Lavoisier a base del primo principio della termodinamica per il quale “nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma”. Dove il principio archetipo del fuoco-energia, mutabile e mai fermo, genera i contrari ma allo stesso tempo li armonizza in un tutto nuovo.
Pensieri che hanno attraversato i secoli e che, pur essendo dati da tutti per scontati, non hanno impedito la confusione concettuale prima e, quindi, politica e legislativa dopo, tra “immondizia” e “rifiuti”. Forse perché quei pensieri (insieme a moltissimi altri e nel migliore dei casi) sono caduti in un lessico ormai quasi gergale dove il senso si smarrisce e i significati profondi sembrano essere stati ridotti quasi a superstizione.
Il fatto che la materia nasconda tesori, dunque, è stato scoperto in questa parte di mondo ma è stato dimenticato non appena ci si è illusi di essere “ricchi”, mentre le economie asiatiche ne hanno fatto un punto nodale della loro crescita. Usano come materie prime i nostri rifiuti che noi non vogliamo gestire e che esportiamo. E quando siamo senza fantasia li diamo ai sistemi malavitosi, sintetizzando così – in un solo gesto – la storia di questo paese.
Una specie di sovraccarico manicheo ha contagiato la gestione dei rifiuti (soprattutto in Italia) dove tra l’ottimo e il nulla non c’è niente ma solo uno straniamento radicale. E così il meglio è diventato nemico del bene. Occorre trovare una zona di possibile conciliazione in un percorso privo di utopie e denso di realismo.
Ora l’Europa sembra dare spessore ai fantasmi della tradizione e con la nuova proposta di direttiva sui rifiuti prova ad arginare (si legge nella relazione) il fatto che “l’economia europea perde attualmente una quantità significativa di potenziali materie prime secondarie presenti nel flusso dei rifiuti”. Per sviluppare un’economia circolare occorre “il ricorso ai rifiuti riciclati come fonte importante e affidabile di materie prime per l’Unione, limitare il recupero energetico ai materiali non riciclabili e collocare in discarica unicamente i rifiuti non recuperabili”. Sarebbe stato bello fosse stato detto tanti anni fa anziché demonizzare.
Così oggi in Italia (a torto o a ragione) tutti diffidano di tutti. Forse, allora, occorrono un nuovo patto sociale, una rinascita autoriflessiva, una dizione diretta e non più obliqua, una riattualizzazione del mélange di esperienze e bisogni per rendere finalmente efficiente (al di là di ogni direttiva) l’uso delle risorse, senza averne paura. Ma per rimettere in discussione la separazione tra prassi e teoria e favorire l’accesso delle azioni alle vie del significato occorre superare l’insufficienza delle parole.
In un paese (il nostro) dove per avere un posto di lavoro (per dirla con De André) si fanno “novanta domande e duecento ricorsi”, occorre nuova linfa nel segno dell’efficienza e non più delle emozioni di piazza, in perfetto stile di dilagante quanto ributtante reality. Per ora indugiamo in una sorta di sconfinamento, dove il flusso degli eventi che ci raggiungono è talmente rapido e opinabile da impedirci di toccare le cose, che restano incompiute e sole.