Rifiuti bollettino di informazione normativa - direttore: Paola Ficco

Editoriale

Sembra proprio che formule credibili per affrontare la crisi non ci siano, perché nessuno degli strumenti adottati riesce a risanare il punto dolente cui è diretto. La crisi, del resto, è innanzitutto finanziaria e per combatterla non basta sostenere l’economia reale. Accanto a questo sostegno devono dettarsi le regole per l’economia finanziaria anche, e soprattutto, tassando le transazioni.
“I tagli ai bilanci pubblici creeranno solo delle catastrofi”. Lo dice (anche) il Presidente del Parlamento europeo Martin Schulz. Per trovare un’alternativa si pensa alla Tobin tax (dal nome dell’economista premio Nobel James Tobin che la propose nel 1972, all’indomani dello scandalo Watergate che colpì l’amministrazione Nixon). Lo scorso 23 maggio il Parlamento europeo ha approvato la relazione sulla Tobin tax con 487 “sì”, 46 astenuti e 152 “no”. Ora è in arrivo la proposta di legge al Consiglio europeo. Tutto il mondo se ne occupa da tempo e anche l’Italia ha fatto la sua parte: vennero raccolte quasi duecentomila firme per la sua introduzione ma la proposta di legge, depositata in Parlamento nel luglio 2002, lì giace da dieci anni. Intanto, i mercati continuano a vendere titoli “allo scoperto”, cioè (detto semplicemente) si intasca denaro ma non si ha la merce da vendere; per questo le borse mondiali si sono trasformate in una vera e propria arena per i furbi e gli speculatori. L’effetto della Tobin tax sarebbe quello di far pagare la crisi internazionale a coloro che l’hanno provocata: le grandi istituzioni finanziarie. Secondo il Vice Presidente del Parlamento Ue Roberta Angelilli si stima “un gettito di 57 miliardi di euro all’anno da destinare allo sviluppo e all´occupazione. Parte di questa imposta sarebbe impiegata come risorsa propria dell’Ue, riducendo così i contributi degli Stati membri. Per l´Italia si valuta un beneficio tra i 5 e i 6 miliardi di euro l’anno”. Chi osteggia la Tobin tax ricorda, invece, che oggi la finanza è globalizzata; quindi, per tassare le transazioni finanziarie in modo efficace occorre l’accordo di tutti, perché oggi è fin troppo facile muovere i grandi capitali. Per sfuggire alla Tobin tax capitali e operatori finanziari potrebbero spostarsi in Asia o in America, con risultati disastrosi per i Paesi che l’applicassero. Insomma catastrofi se non si applicasse e disastri se, invece, si applicasse. Fatte le debite proporzioni, una specie di “Protocollo di Kyoto” della finanza, dove Cina e India hanno ratificato l’accordo ma non sono tenute a ridurre le emissioni di anidride carbonica perché non sono state tra i principali responsabili delle emissioni di gas serra durante il periodo di industrializzazione; dove gli Usa prima hanno detto “sì” con Bill Clinton e poi, con George W. Bush, non hanno ratificato l’accordo. Una globalizzazione per pochi intimi.
Ma che c’entra tutto questo con la tematica dei rifiuti che da sempre attira la nostra attenzione giuridica e scientifica? In apparenza nulla e invece, i rifiuti sono la “cartina di tornasole” di numerosi processi, da quelli malavitosi a quelli economici, da quelli tecnologici a quelli politici e amministrativi. Danno il polso della ricchezza e delle capacità (soprattutto) pubbliche e private. Sul fronte dell’economia anche i rifiuti possono diventare una risorsa per uscire dalla crisi, attraverso il risparmio di materia e di energia che consentono e attraverso il lavoro che creano. In un’Italia priva più che mai di una idea di futuro, alla quale i mercati continuano a voltare le spalle, si trovano anche coloro che vedono nella diminuzione dei rifiuti uno dei pochi effetti positivi della crisi e ne segnalano l’importanza sotto il profilo ambientale. Mi pare assurdo: i rifiuti diminuiscono perché diminuisce il Pil e questa non è una vittoria per nessuno. Se l’ambiente si giova di questa riduzione è solo perché l’Italia è ancora lontana anni luce dal triangolo della sostenibilità nel quale economia, ambiente e sistemi sociali si integrano e si bilanciano a vicenda. Come dire: poiché non siamo capaci di gestire rifiuti, di declinare regole e sistemi legislativi e amministrativi in grado di supportare le azioni, allora è meglio diventare poveri, così ci togliamo il problema. Un’esasperazione isterica e sonnolenta.