Rifiuti bollettino di informazione normativa - direttore: Paola Ficco

Editoriale

Ogni volta che esportiamo un chilo di rifiuti dimostriamo tutta la incapacità nazionale di porre in essere una seria politica di efficientamento delle risorse.
Nel novembre del 2010 a Seoul si svolgeva il G20 e l’esito dei lavori vedeva nell’aumento dell’efficienza delle risorse e nella promozione del riciclaggio uno dei punti cardine delle politiche mondiali per arginare la volatilità dei mercati alimentari e del prezzo del petrolio. La direttiva 2008/98/Ce sui rifiuti è tutta tesa a realizzare la società europea del riciclaggio eppure, a fronte delle tante emergenze rifiuti che l’Italia vive (più o meno dichiarate), la soluzione è sempre e solo una: esportare. Non solo: dinanzi alle tante difficoltà amministrative e interpretative nella gestione dei rifiuti, moltissimi preferiscono esportare. E i nostri impianti che esistono e quelli che, invece, potremmo fare? Perché in Cina sono così lieti di accogliere i nostri “rifiuti”? Eppure le norme (comunitarie e nazionali) per consentire il recupero di materia e di energia da rifiuti in una logica sia di tutela ambientale sia di competitività dei pertinenti settori produttivi, ci sono tutte.
Il principio di autosufficienza e di prossimità viene svuotato da più che aggressive politiche di tutela del libero mercato e dinamiche antitrust. Così più che di una società del riciclaggio ormai dovremmo parlare di una società della raccolta.
Come spesso avviene nelle umane cose, il problema parte dal lessico che, purtroppo, non sempre è punto di arrivo di un pensiero compiuto: fino a quando gli organi di informazione italiani continueranno a confondere i “rifiuti” con l’“immondizia” (giocando più o meno ingenuamente con il dialettale “munnezza”), non faranno altro che fomentare nell’immaginario collettivo una valenza altamente negativa del rifiuto e non svilupperanno la cultura della risorsa.
Una negatività che, come un virus, corrompe gli archetipi ideali del singolo, contamina la P.a. e infetta il decisore politico. Il che è grave perché costoro sono i protagonisti di quello che, invece, deve essere il motore del cambiamento, dove il bene pubblico deve realizzarsi ad opera del singolo, aiutato da una P.a. densa di intelligenze che vanno valorizzate da parte del decisore politico, che deve ritrovare ruolo e dignità.
È necessario ricordare sempre che i rifiuti (che non sono immondizia) sono una risorsa messa in un posto sbagliato. Per questo, soprattutto in un momento di gravissima crisi finanziaria ed economica, è necessario che i nostri rifiuti alimentino i nostri impianti, che le pianificazioni regionali ne prevedano altri e che la famosa “rete” impiantistica, vagheggiata sin dalle prime direttive Ue, diventi una realtà anche in Italia, senza “se” e senza “ma”. Le nostre industrie patiscono il più elevato costo energetico a livello europeo e quando si parla di recupero di rifiuti, il solo pensiero che possa essere energetico genera paura, diffidenza, eccetera.
Una situazione insostenibile e ingannevole, che restituisce subito il tratto distintivo nazionale: sottrarsi in modo più o meno consapevole al principio di responsabilità, affidandosi ad un fato amico che ha, praticamente sempre, guardato all’Italia con favore. Lo stesso fato che ispira la condotta di chi fa del gioco d’azzardo la sua occupazione quotidiana. L’Italia è tra i primi cinque paesi al mondo per spesa pro-capite per tentare la fortuna, con circa 1.260 euro l’anno (solo le slot machines sono 400.000 e fruttano il 30% degli introiti del gioco d’azzardo legale).
Ma sulle ludopatie tutti tacciono e nessuno osa scandalizzarsi se il Governo, entrato nel mirino delle lobby, è stato costretto a ridimensionare (rectius: quasi annullare) il suo disegno di legge per arginare i costi sociali ed economici provocati dalla diffusione incontrollata dei giochi d’azzardo. Tutti, invece, si agitano e invocano la violazione dei principi del libero mercato se si cerca di impedire l’esportazione di rifiuti (dall’Antitrust ai Tribunali amministrativi). Su Repubblica dello scorso 5 settembre, Paolo di Feo (amministratore delegato di Bwin Italia, uno dei giganti del settore delle scommesse sportive e giochi on line) definiva le regole in origine proposte dal Governo (no alle sale giochi, videopoker et similia, entro 500 metri da scuole e parrocchie) come “norme sproporzionate e impossibili da attuare” (sic!). Il 21 settembre, in un lancio Ansa si leggeva che un’indagine a campione dell’Asl Napoli 3 sui giovani tra i 17 e 18 anni, ha evidenziato che la percentuale di ragazzi problematici, che in futuro potrebbero cadere nella rete del gioco patologico, è schizzata al 7%. Come sempre quando si tratta di cose negative, siamo i primi in Europa, dove la percentuale è del 4-5%. Dati che si inseriscono nell’ambito dei 2 milioni di persone a rischio dipendenza (pensionati, casalinghe, precari, disoccupati).
Un altro pezzo di futuro che frana ma (vista l’indifferenza che ha circondato il tutto), evidentemente, va bene così. Del resto se sono 76 i miliardi di euro che nel 2011 sono stati fatturati dal gioco d’azzardo legale in Italia, perché fermarsi? È il mercato e mandare all’ammasso il cervello di giovani e meno giovani non sembra poi così grave. Infatti, nessuno si è indignato più di tanto.
Anche questa è deresponsabilizzazione e forse il problema è proprio qui, sicché sembra sempre di essere dinanzi ad una verità che sembra una bugia (la ludopatia) e una bugia che sembra la verità (è giusto esportare i rifiuti, anche se le nostre industrie e i nostri impianti languono per carenza di materiali). In una improbabile rete che intrappola realtà solo apparentemente lontane tra loro. L’epilogo si annuncia pieno di incognite.