Rifiuti bollettino di informazione normativa - direttore: Paola Ficco

Editoriale

Cambiamento: è questa la parola d’ordine che ha dominato il confronto tra le categorie imprenditoriali e il Ministro Clini lo scorso 22 marzo a Roma, in occasione del consueto meeting di primavera della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, presieduta da Edo Ronchi. Titolo dell’incontro “La green economy per affrontare la crisi italiana”. Sul punto, il Ministro ha detto della necessità di promuovere un’industria della green economy che vada al di là del marketing e della pedagogia. “Per quanto riguarda la corretta gestione del ciclo dei rifiuti noi oggi abbiamo bisogno di un ciclo industriale, perché se c’è chi ricicla e poi c’è chi riusa, la raccolta differenziata cresce, se non c’è riciclo e non c’è riuso, allora la raccolta differenziata resta un esercizio pedagogico di nessuna utilità”. Queste le parole del Ministro. Una boccata di ossigeno rispetto a un inutile e lunghissimo tempo fatto solo di Sistri e rocambolesche, quanto incomprensibili, procedure informatiche.
Annunciati anche gli Stati generali della Green economy, per il 7 novembre nell’ambito di Ecomondo. Ma perché, anche a livello istituzionale, si parla tanto (e per fortuna) di questa economia verde? Perché è necessaria una nuova spinta propulsiva per porre fine ad uno dei virus più aggressivi che, ormai, infettano l’Italia: l’individualismo non responsabile, variante tragica di quello che E. C. Banfield (nel suo “Le basi morali di una società arretrata”) chiamava “familismo amorale” che, dagli anni ’50, domina lo Stivale e, in una quotidiana erosione, logora ogni reale possibilità di creare una dimensione collettiva e partecipata della convivenza.
Ora, dinanzi alla profondissima crisi di questo nostro mondo corroso dalla finanza globale, è necessario e non più rinviabile un cambiamento. Dopo trent’anni ispirati al liberismo estremo occorrono soluzioni, forse, impensate; il mondo di quel trentennio è perduto per sempre e un nuovo modello economico e sociale non può più attendere, dove il possibile è sicuramente incerto e aleatorio, ma non dilazionabile. Sulle teorie per farcela si sono prodigati in molti, tracciando scenari fortemente divaricati. A un polo estremo si colloca la massima apprensione: poiché stiamo deragliando a causa del rapporto insostenibile tra natura e civilizzazione, occorre una decrescita felice. All’altro estremo la massima tranquillizzazione basata sulla cieca fiducia nella tecnologia per cui, in fondo, non è successo niente, basta qualche sistemazione strutturale dei mercati.Lo spazio tra questi due estremi è occupato dalla riflessione su ciò che definiamo “green economy”, vale a dire la costruzione di modelli economici – ma anche di pratiche reali – in grado di incorporare i limiti ambientali all’interno di una nuova visione dello sviluppo.
Tuttavia, anche nella “green economy”, non mancano le ambiguità e finché non sarà compiuta una perimetrazione più esatta dei suoi confini ci sarà spazio, ad esempio, per rubricare sotto questa bandiera quelle particolari formule di neocolonialismo che fanno incetta di terreni agricoli a buon mercato in Africa e Sudamerica per produrre combustibili “verdi” diversi da quelli fossili. Si spera che le iniziative del prossimo novembre aiutino a distinguere ciò che davvero potrà essere considerato “green”, come ad esempio la valorizzazione degli apparati produttivi di un certo territorio (dall’adattamento delle Pmi in funzione della compatibilità ambientale delle loro produzioni, al consumo consapevole per arginare lo spleen delle grandi città, fino ad arrivare alla gestione partecipata dei beni comuni). Senza dimenticare che i nuovi modelli potranno nascere anche dalla discontinuità tecnologica delle produzioni, o dalla voglia di creare punti di eccellenza capaci di “fertilizzare” il territorio.
Sembra, dunque, davvero giunto il momento in cui, finalmente, i rifiuti saranno parte di un ciclo industriale ed economico e non più considerati e gestiti come una passività. Ma c’è bisogno di un disegno globale, di una responsabilizzazione dei cittadini e dei produttori di rifiuti, di un nuovo patto tra chi li gestisce e chi autorizza; il tutto fondato su un’“infrastruttura normativa” da ricalibrare, su uno sfoltimento immediato delle Autorità competenti, su controlli e letture uniformi in tutto il territorio, su iter autorizzativi scevri da protagonismi intellettuali della P.a. Insomma, c’è bisogno di misura e di moderazione; anche questa è “green economy”. Diversamente, il futuro non arriverà mai.