Rifiuti bollettino di informazione normativa - direttore: Paola Ficco

Editoriale

Rio + 20 si è concluso. Purtroppo, senza i risultati straordinari che era lecito aspettarsi, non solo perché sono passati vent’anni dalla prima Conferenza di Rio ma anche perché il fallimento del nostro modello di sviluppo è quantomai evidente a chiunque. Nei 20 anni trascorsi dal Summit brasiliano del 1992 sul treno della sostenibilità, per fortuna, siamo saliti in moltissimi perché esserci significa partecipare a una vicenda collettiva e, perché no, inaugurare un nuovo capitolo della propria storia, nel tentativo di fermare (arginare) il desolante enigma della distruzione. Il tutto agendo idee, condotte e proposte per azzerare l’antropocentrismo radicale, cioè la convinzione che il mondo vada asservito ai nostri bisogni e sfruttato di conseguenza. Una convinzione che, come tutte le ossessioni, trascina con sé l’ombra della tragedia.
Venti anni fa a Rio nasceva una vera cultura ambientale e lì si incardinavano aspettative e speranze; lì iniziava il tentativo di un viaggio carico – come tutti i viaggi – di mistero e di fascino.
Nel 2012 tutto sembra sopito e ridotto a un gergo solo parlato e non praticato. Nella dichiarazione finale di Rio + 20 non mancano, comunque, aspetti positivi come il conio della definizione della green economy equa e solidale intesa quale “infrastruttura” sulla quale investire anche per combattere la povertà. Una definizione ottenuta grazie anche all’impegno del Ministro dell’ambiente Clini. Di qui, una nuova economia che, secondo l’Onu, potrebbe creare in Europa 20 milioni di nuovi occupati al 2020. Per questo oggi a Rio è nata una Governance mondiale per lo sviluppo sostenibile e la dichiarazione finale della Conferenza ha chiesto un “rafforzamento del quadro istituzionale”; la Commissione esistente è stata sostituita da un “forum intergovernativo ad alto livello”; si è riaffermato il ruolo del programma delle Nazioni unite per l’ambiente, rafforzato da risorse finanziarie “sicure” (oggi ancora su base volontaria) e con una rappresentanza di tutti i Paesi membri dell’Onu (oggi sono solo 58). Non è tanto, ma non è neanche poco, perché quello che occorre sconfiggere non è solo la crisi economica e quella finanziaria ma soprattutto la crisi cognitiva: la madre di tutte le crisi dell’Occidente. In una parola, occorre consapevolezza per restituire senso alle azioni. Brasile, Sud Africa, Cina, India rivendicano contro i ricchi – e con orgoglio – la loro nuova forza, ma non vogliono responsabilità globali. Uno solo il modo per affrontare la loro sfida: porre la green economy al centro dell’Agenda politica italiana e occidentale. Insomma, una rivoluzione per arrivare ad un’economia low carbon. Del resto non c’è altro per salvarsi.
Non governare oggi questo processo significherà domani essere spazzati via da quei Paesi che già e così a lungo hanno pagato prezzi altissimi per garantire il nostro stile di vita. Oggi ci sopravanzano non solo per rendimento del Pil, ma anche per ricerca e innovazione. Il “revanchismo” è iniziato, sta a noi cercare di fare in modo che non si trasformi in una moderna caduta dell’Impero romano, dove pagheremmo un’altra volta gli errori già compiuti, visto che le Economie emergenti stanno facendo i nostri stessi sbagli, massacrando le loro matrici ambientali. Per questo occorre ripensare tutto e farlo subito. Come? Reimparando il modo attraverso il quale comunicare la conoscenza per rifondare la figura del cittadino, inteso come componente di una società capace di futuro e non più come un soggetto capace solo di consumo.