Rifiuti bollettino di informazione normativa - direttore: Paola Ficco

Editoriale

DIY cioè Do it yourself. Tradotto in un più familiare “fai da te” fa subito pensare agli anni ‘70, quando l’Italia scopriva che aggiustare un tavolo si chiamava bricolage; chi riverniciava un comò faceva del decoupage mentre, chi riparava la lucidatrice la domenica, si dedicava a un hobby. Parole dietro alle quali si nascondeva qualcosa di leggero e personale che, nella fenomenologia di quegli anni tutta dedita all’“usa e getta” e al finto mito di una ricchezza consumista, non veniva mostrato né volentieri né con orgoglio perché ricordava una povertà prebellica. Tuttavia, la tendenza al fai da te risale alla rivoluzione industriale, nata per non dimenticare la manualità rispetto al nuovo sapere tecnico e tecnologico che in Inghilterra e in America aprivano le strade a questo presente, alimentata dall’esodo bianco dalle città statunitensi sempre più nere verso periferie con villette a schiera bisognose della costante manutenzione dei proprietari. Così, piano piano (ma neanche tanto) l’esercito degli “aggiustatori” diventava un vero e proprio target di riferimento di editoria specializzata e di strategie di mercato capaci di coinvolgere le multinazionali per offrire tutto l’occorrente per il “tempo libero”. Ma tutto si trasforma e quello che era un hobby sembra essersi trasformato in un lavoro da un lato e in una comunità globale dall’altro. Si chiamano fixer, nascono in California e hanno un credo: il diritto alla riparazione che protegge l’ambiente e genera lavoro e libertà. Perché aggiustare è meglio che riciclare e il loro sito (ifixit.com il cui simbolo è un pugno che stringe una chiave inglese) offre anche manuali per riparare cose che abitano usualmente le nostre case e che altrettanto usualmente si rompono. Così riparare diventa per i fixer anche una dichiarazione di guerra all’entropia. Tutto può essere riparato dai computer ai maglioni. L’Europa copia l’idea e nascono i primi Repair Café. In Italia (ancora) non ci sono ma ci vuole un attimo per far esplodere il fenomeno, con tutti i mercatini dell’usato che ci sono, i cassonetti dove “donare” cose che possono essere riutilizzate, le “riciclerie” comunali, i teloni (sporchi) sui marciapiedi (sporchi) che ospitano cose (sporche) tirate fuori dai cassonetti e vendute direttamente all’ignaro turista che si gode i monumenti romani (e a chi, pur di comprare, accetta l’immondizia perché costa poco e può sempre servire). Effetti della crisi o della coscienza ambientale che aumenta? Difficile ascrivere ad un versante o all’altro la ragione di tutto questo. Certo è che qualcosa sta cambiando. Ma mentre la realtà è fluida e dinamica, la legge è statica. Così dobbiamo fare i conti con una operazione di recupero che si chiama “preparazione per il riutilizzo” (che, secondo il “Codice ambientale” comprende controllo, pulizia, smontaggio, riparazione) e che precede (appunto) il “riutilizzo”. Tutto questo, se riguarda un rifiuto, deve essere autorizzato. Non solo si è ancora in attesa di un decreto che definisca le modalità operative per la costituzione e il sostegno di centri e reti accreditati “di riparazione/riutilizzo” nonché di un “catalogo esemplificativo di prodotti e rifiuti di prodotti che possono essere sottoposti, rispettivamente a riutilizzo o a preparazione per il riutilizzo”. Nel frattempo tutti fanno tutto, raccolgono, riparano, rivendono in un delirio sempre meno da retrovia e sempre più invasivo.
Quindi, o si regolamenta il sistema e si fa un passo avanti o se ne fa uno indietro (cancellando quelle norme) perché se si accetta che la Onlus ripari computer rotti e tavoli dismessi rivendendoli al miglior offerente senza autorizzazione per la gestione dei rifiuti (preparazione per il riutilizzo), lo stesso deve valere per l’impresa che decide di investire nel settore e predispone capannoni o laboratori. Diversamente, il panorama sarà anche suggestivo (rectius: buonista) ma troppo casuale; privo di quel filo conduttore che anziché rispettare il paradigma legislativo, lo agita all’insegna di una creatività che sconfina (ancora) con la speculazione esegetica di quello che rifiuto è e di quello che, invece, non lo è.