Rifiuti bollettino di informazione normativa - direttore: Paola Ficco

Editoriale

Riorganizzare il sistema di produzione e di distribuzione delle risorse. Uno degli imperativi categorici imposti dalla pandemia da Covid 19.
Occorre allora una potente affermazione della circolarità della materia dove l’economia è pensata per potersi rigenerare da sola per ridurre gli sprechi e dove i prodotti si trasformano in servizi.
Dove materia ed energia interagiscono affinché la materia si ricrei in un tempo equivalente a quello che si impiega ad usarla: la materia rinnovabile.
Dove il produttore del bene è responsabile del rifiuto che da quel bene si origina e si fa carico di organizzarne la gestione.
Ripensare sistemi sanitari, sociali ed economici è dunque inevitabile. Siamo ancora immersi nel bagno di sangue dei morti e di un’economia falcidiata e, per l’enormità del dato, ci scopriamo incapaci di calcolare le conseguenze, nel periodo medio e lungo, della chiusura anticontagio dal virus cinese.
È guerra, diversa da quella cannoneggiata ma, quanto a contingenze e conseguenze, è guerra perché cancella abitudini e ne crea di nuove, rimescola le carte della vita e delle priorità. In una parola, sconvolge proponendo asimmetrie e creando incognite.
Per ripartire occorrono (oltre al denaro) una classe dirigente all’altezza che gestisca l’oggi e pianifichi il domani, usando una burocrazia capace di essere forte, tempestiva, efficace, indifferente agli interessi elettorali dei politici di turno e attenta alle esigenze degli utenti. La burocrazia italiana non è così, è preda invece della burocratizzazione, un suo specifico virus, quasi più forte del Covid 19 e non avrà fine perché le sue cause non sono curate né lo saranno.
Le cause sono state individuate dal Prof. Sabino Cassese su Il Corriere della Sera del 20 aprile 2019 a pagina 26 “nella legislazione sovrabbondante e contraddittoria (l’ambizione di molti legislatori è di fare leggi ‘autoapplicative’, cioè che non abbiano bisogno di uffici per essere eseguite: una chiara manifestazione di sfiducia nella burocrazia), nei troppi controlli preventivi e troppi controllori (alla Corte dei conti si è aggiunta l’Autorità anticorruzione), nei giudici amministrativi che si sostituiscono spesso all’amministrazione attiva, nelle Procure penali e contabili, che troppo facilmente mettono sotto accusa gli amministratori, nelle eccessive responsabilità (contabile, amministrativa, penale) e nelle relative sanzioni, che spaventano e consigliano l’inerzia, nelle continue interferenze degli organi di governo nella gestione, agevolate dai tanti spoils system”. È passato un anno da queste parole e molti da quando Cassese le professava (ratione temporis) dalle cattedre universitarie, ma il virus della burocratizzazione è sempre lì, invulnerabile.
Davanti alla macchina sanitaria depotenziata e fragilizzata da tagli e deviazioni di risorse, il ritornello sulla sanità migliore del mondo, non funziona più. Tra un po’ neanche quello sulla Costituzione più bella del mondo. Il coronavirus ha, infatti, rivelato un altro virus ancora: quello del campanile che ha subito la mutazione dell’ingovernabilità; Regioni e Comuni fanno e disfanno ordinanze in conflitto con il governo centrale, si chiama caos istituzionale. Il tutto si aggrava con il ricorso a strumenti centrali più o meno legittimi che hanno soppresso alcune libertà fondamentali e un Parlamento che non parla (quasi) più.
Metternich definiva l’Italia “espressione geografica” (e non Stato), difficile dargli torto. In questa Italia c’è un disordine generalizzato che allarma e che, sul fronte ambientale, non comprende la necessità di resilienza che i sistemi di tutela devono perseguire per adattarsi alla nuova realtà che, in modo immane, impatta sul sistema produttivo.
È, infatti, illogico e gravissimo pensare di affrontare la crisi produttiva solo usando in modo più generoso gli istituti esistenti (es. aumentare le soglie del deposito temporaneo o degli stoccaggi o della capacità di trattamento degli impianti). Si tratta di strumenti creati per un mondo che dava per scontata la crescita. Oggi non è più così, alla crisi economica può corrispondere il pericolo di gravissimi disordini sociali.
Pertanto, occorre bilanciare la necessità di tutela delle matrici con le esigenze produttive ponendo fine al pregiudizio anti industriale di questo ultimo ventennio che, se non sarà governato dalla politica e dalla ragione, sarà annientato dallo tsunami della necessità di arrivare a “fine mese”.
Occorre un antidoto alla velenosa saggezza dei bizantinismi e delle derive locali. Il migliore dei mondi possibili deve fare un immediato bagno di realtà.
L’economista J.M. Keynes diceva “Quando le situazioni cambiano, io cambio idea. E lei cosa fa, signore?”.