Rifiuti bollettino di informazione normativa - direttore: Paola Ficco

Editoriale

Pazienza,

una virtù che (giustamente) la Commissione Ue non ha più nei confronti delle prolungate inadempienze italiane alle regole sui rifiuti in Campania. Questo perché (si legge nella nota del Commissario Ue per l’ambiente, Janez Potocnik) “gli Stati membri devono recuperare e smaltire i rifiuti in modo tale da non mettere in pericolo la salute umana e l’ambiente”. E così, per la seconda volta, la Ue ha deferito il nostro paese alla Corte di Giustizia di Bruxelles, chiedendo una multa forfettaria di 25 milioni di euro per le violazioni pregresse e un’ulteriore sanzione per la mora pari a 256.819,20 euro al giorno a decorrere dalla prima condanna europea intervenuta con sentenza del 4 marzo 2010 (C-297/08).
In quella sentenza la Corte aveva espresso una particolare preoccupazione per l’assenza di una rete di impianti di smaltimento integrati e adeguati, nonostante tale rete sia obbligatoria. Tuttavia, alcuni passi avanti sono stati fatti; infatti, nel ricorso europeo alla Corte si legge che “…l’Italia ha adottato un nuovo piano di gestione dei rifiuti per la Campania nel gennaio 2012 e a giugno ha presentato un programma di misure destinate a gestire i rifiuti nella regione fino al 2016, quando dovrebbero diventare operativi nuovi impianti di trattamento”. Questo dovrebbe portare ad uno “sconto” nel pagamento della mora.
Nel suo ricorso la Commissione Ue dichiara che “Dall’estate 2011 le autorità locali hanno dirottato grandi quantità di rifiuti verso impianti in altre Regioni, soluzione questa di natura meramente temporanea a problemi che caratterizzano la Regione ormai da anni. Non sono però da escludersi nuove emergenze, dato che il trasporto dei rifiuti fuori dalla Regione non risolve in modo adeguato i problemi endemici di questo territorio”. Inoltre, la Commissione “guarda con preoccupazione i ritardi che hanno portato all’arresto della costruzione della maggior parte degli impianti previsti per il recupero dei rifiuti organici, degli inceneritori e delle discariche. Il rischio ora è che molte delle installazioni previste non siano pronte per la fine del 2016, cioè in tempi ancora ragionevoli dalla prima sentenza della Corte”. Né la Commissione dimentica i sei milioni di tonnellate di rifiuti imballati e stoccati presso vari siti in Campania e il bassissimo tasso di raccolta differenziata nella Provincia di Napoli (20%).
Questo il fatto. Gravissimo. Riflessioni. La prima: difficilissimo recuperare credibilità. Senza credibilità, l’Italia non avrà alcuna possibilità di manovra su una partita che si è voluto diventasse così complessa. Perché in realtà non lo sarebbe stata. La seconda riflessione è che l’emergenza Campania non è un fatto tecnico; è, invece, il risultato di una demenza sociologica per l’abbattimento del tessuto sociale studiata a tavolino. Basta una passeggiata nei dintorni di Caserta, nella disperata “terra dei fuochi”. Lì, infatti, l’incidenza di una particolare forma di land grabbing (accaparramento della terra), dove moltissimi delocalizzano gli impatti dello smaltimento, è atroce. Su aree e litorali fragili e marginali che custodivano il segreto della “Campania felix”. Aree dove nessuno è riuscito a regolare i rapporti per il controllo sano del territorio da parte dei cittadini. Il controllo civile viene fuori adesso, ma è fragile perché è scomposto e ferito. E forse è anche troppo tardi. La democrazia sta morendo sotto i colpi dell’indifferenza dovuta alla mancata percezione del bene comune. Un male noto; infatti, già alla fine del ‘400 Guicciardini narrava di un’Italia attenta solo al “proprio particulare”. Le norme, le sanzioni e i sistemi di controllo non bastano più al lacerato tessuto sociale locale e nazionale. Comportamenti e linguaggio quotidiano si devono ricomporre nella relazione tra singoli e tra gruppi, nella condivisione e nella tutela degli spazi attraverso un ritrovato senso civico. Salvatore Settis nel suo bellissimo e raggelante “Paesaggio Costituzione cemento” denuncia la “progressiva trasformazione delle pianure e delle coste italiane in un’unica immensa periferia”. Questo non avverrebbe impunemente se vi fosse fra i cittadini “una chiara percezione del valore della risorsa e dell’irreversibilità del suo consumo”.