Rifiuti bollettino di informazione normativa - direttore: Paola Ficco

Valutazioni e proposte

Dopo un lungo iter istituzionale lo scorso 4 luglio le nuove direttive europee sui rifiuti – cuore del cosiddetto pacchetto di misure sull’economia circolare – sono finalmente entrate in vigore definendo un nuovo orizzonte per le politiche di settore. Tuttavia, per garantire la transizione a un’economia circolare non sono sufficienti obiettivi ambiziosi, serve anche una buona dose di pragmatismo e, soprattutto, strumenti adeguati a perseguire gli scopi prefissati. In questo senso il recepimento nell’ordinamento nazionale delle direttive sui rifiuti rappresenta per l’Italia una grande opportunità.
Innanzitutto, la profonda revisione che dovrà subire la normativa di riferimento, a partire ma non limitatamente al Dlgs 152/2006, costituisce un’occasione unica per ridisegnare in maniera organica il quadro delle norme nazionali: per superare finalmente l’incoerenza, la frammentazione e la stratificazione operata da norme succedutesi nel tempo perdendo una visione d’insieme. Il recepimento delle direttive potrebbe cioè rappresentare l’occasione per costruire un quadro normativo più chiaro, coerente e stabile nel tempo: tutti aspetti che, insieme alla prospettiva di lungo periodo fornita dagli indirizzi europei, potrebbe favorire gli investimenti di cui il settore dei rifiuti ha tanto bisogno.
La revisione delle principali norme di riferimento potrebbe inoltre rappresentare un’importante occasione per sciogliere molti dei nodi che fino ad oggi hanno frenato il pieno sviluppo dell’economia circolare. Si pensi ad esempio:
• alla frammentazione e alla sovrapposizione delle competenze tra i diversi livelli di governo, cui un contributo decisivo può dare la regolazione nazionale del settore rifiuti prevista con la recente istituzione di Arera;
• alla scarsa efficacia dei poteri sostitutivi, che quasi mai riescono a risolvere le gravi situazioni di impasse che si registrano a livello locale;
• alla mancanza di una pianificazione di livello nazionale che individui con serietà i fabbisogni reali di gestione dei rifiuti (urbani, speciali e degli scarti del riciclaggio) e le infrastrutture necessarie a soddisfarli, per il quale Utilitalia rinnova la proposta di adottare una vera e propria strategia nazionale;
• alla possibilità recentemente messa in discussione di autorizzare l’End of waste caso per caso, aspetto che dimostra bene come troppo spesso il problema non sia certo tecnologico.
Va anche detto che le direttive introducono novità significative che rappresentano altrettante occasioni per realizzare riforme importanti e ambiziose. Un esempio su tutti è la responsabilità estesa del produttore (EPR): uno dei pilastri dell’economia circolare in quanto costringe ad affrontare la sfida della gestione dei rifiuti prima della loro stessa produzione.
È fondamentale che in fase di recepimento si faccia in modo che l’EPR promuova efficacemente l’eco-innovazione e, riducendo progressivamente le inefficienze delle fasi iniziali del ciclo di vita dei prodotti (design, produzione, commercializzazione), eviti che queste si trasformino in costi ambientali ed economici per chi (aziende che gestiscono i rifiuti e cittadini che pagano la tariffa) presidia le fasi a valle della filiera.
In questo senso le direttive definiscono alcuni importanti principi come ad esempio:
• il senso ambientale – e non solo di tutela della concorrenza – delle norme sull’EPR;
• le responsabilità dei produttori nel raggiungimento dei target e quella, in particolare di vigilanza, degli Stati membri (l’EPR ha anche risvolti di interesse pubblico dal momento che una sua inefficace applicazione si può trasformare in costi per i cittadini);
• l’individuazione dei costi - efficienti - che dovrebbero essere coperti da parte dei produttori e la percentuale minima di loro copertura;
• la modulazione dei contributi su materiali e prodotti in base al loro impatto ambientale.
Tuttavia, non tutti questi principi sono vincolanti e molto dipenderà dalla capacità e dalla determinazione degli Stati membri di accettare la sfida e, nella fase di recepimento, introdurre (per poi applicare) gli strumenti che le direttive individuano e suggeriscono. È così ad esempio per gli strumenti economici e fiscali necessari a garantire la piena applicazione della gerarchia europea, o per la possibilità di estendere l’EPR ad altri flussi di rifiuti, a partire da quelli più significativi in termini di quantità e impatto ambientale. Il tutto con una fondamentale accortezza: evitare ad ogni costo l’approccio ideologico e superficiale di chi, non disposto ad affrontare la complessità dei problemi, propone soluzioni “facili” e obiettivi “suggestivi” ma completamente slegati dalla realtà.
Infine, come detto, sarebbe importante che il recepimento delle direttive fosse accompagnato da una vera e propria “strategia nazionale”, ovvero da un quadro di politiche industriali, economiche e fiscali che, oltre a provvedere a colmare il rilevante deficit impiantistico che affligge il nostro paese, sostengano concretamente la transizione, soprattutto quando i costi di produzione non rendono le materie prime seconde sufficientemente competitive rispetto alle materie prime.
In conclusione, per fornire l’adeguata spinta alla transizione a un’economia circolare il recepimento delle direttive non dovrà limitarsi a un piano meramente “formale” nel senso che:
• non si dovrà limitare a un semplice travaso di contenuti, ma dovrà sfruttare con coraggio e in senso propositivo gli ampi spazi d’azione che le direttive lasciano agli Stati membri;
• non dovrà rimanere solo “sulla carta”, ma andrà accompagnato da politiche attente all’attuazione dei provvedimenti e da politiche di sostegno economico e fiscale.
Data la strategicità dei temi, sarebbe utile istituire un Tavolo ministeriale insieme ai principali operatori del settore in cui discutere nel dettaglio il disegno di legge delega al Governo sul recepimento delle direttive in materia di rifiuti ed economia circolare.