Rifiuti bollettino di informazione normativa - direttore: Paola Ficco

Valutazioni e proposte

Presidente FISE AssoambienteLa gestione dei rifiuti nel nostro Paese non ha ancora raggiunto la maturità industriale tipica di altri Paesi europei. Troppe leggi, procedure autorizzative infinite, incertezza per gli investitori, scarsa regolazione, informazione “emotiva” basata sui no.
Sul piano industriale il settore è ormai da anni un pezzo importante dell’economia nazionale, garantisce alla imprese una corretta gestione degli scarti nel rispetto dell’ambiente, avvia a recupero la maggior parte dei rifiuti, sostituendo l’approvvigionamento di materie prime all’industria. Ma lo fa ancora in un clima di incertezza per gli investitori.
Serve un salto di qualità dell’intero sistema, basato sull’approccio pragmatico ed industriale, come avviene negli altri Paesi UE. L’occasione di questo salto deve essere il recepimento delle nuove direttive europee approvate pochi mesi fa dalle istituzioni comunitarie e che l’Italia deve trasformare in leggi entro 24 mesi. Il famoso “pacchetto” economia circolare, parola chiave ormai dell’agenda politica europea, spinta dalla necessità di applicare moderne politiche ambientali e quindi ridurre la dipendenza energetica e di materie prime di cui soffre soprattutto l’Italia.
L’Italia affronta la sfida partendo da una posizione di eccellenza, con tassi di riciclo e recupero fra i più alti in Europa, sia nei rifiuti urbani che in quelli speciali e con un “distretto industriale”, ormai fin dal dopoguerra.
In tale contesto, le aziende che si occupano di gestione, trattamento e recupero rifiuti devono essere considerate a pieno titolo attori centrali e protagonisti, in grado di contribuire ad una ulteriore transizione verso una circolarità dei modelli produttivi ed economici. Servono investimenti e capacità gestionale, servono impianti moderni, di recupero e di smaltimento, in una logica integrata. L’avvio a recupero di materia genera scarti e per questo servono impianti di smaltimento, ambientalmente sostenibili e tecnologicamente innovativi.
Risulta quindi ancora più evidente la necessità di disporre, in tempi brevi, di una moderna strategia ambientale nazionale, da integrare con la Strategia energetica, capace di attuare ed accompagnare questi indirizzi per assicurare condizioni per il necessario sviluppo del comparto nel nostro Paese.
La nostra base industriale è solida e sana, fatta da aziende private e pubbliche, ma il nostro Paese presenta gravi ritardi di sistema che frenano gli investimenti: quadro normativo caratterizzato da una eccessiva “farraginosità, instabilità e frammentarietà”; sistema burocratico lento, oneroso e non compatibile con le necessità delle dinamiche operative e con le realtà degli altri paesi UE; sovrapposizione dei controlli, peraltro in condizioni di diversa e soggettiva interpretazione e applicazione delle norme; ritardi delle amministrazioni locali nell’aggregarsi e nel pianificare sistemi gestionali moderni; complessità e tempi autorizzativi. Serve un opera di semplificazione delle norme e delle procedure di autorizzazione e controllo, concentrando l’attività di prevenzione e repressione sui reali reati ambientali e non sugli errori amministrativi o procedurali.
A questo si somma il fatto che il termine “rifiuto” evoca nell’immaginario collettivo visioni negative, associate ad emergenze sanitarie, di costi e di inquinamento, smaltimenti abusivi, spesso prive di fondamento reale e che grande danno hanno arrecato all’imprenditoria sana. Tale percezione si è amplificata con l’avvento delle tecnologie digitali e con la metamorfosi del sistema dell’informazione locale e nazionale, che sempre più si alimenta attraverso l’interazione individuale nei social networks, innescando un circolo vizioso capace di ostacolare lo sviluppo delle attività imprenditoriali legate alla gestione dei rifiuti. Un clima di “paura” spesso cavalcato anche dagli amministratori locali e dai decisori politici, in una logica elettorale di breve periodo.
Il procrastinarsi nel tempo del contesto sopra descritto, impedisce la realizzazione di un cambiamento necessarie per lo sviluppo e l’innovazione del settore che produrrebbe benefici a largo spettro tanto sul versante ambientale, quanto su quello economico ed occupazionale, come più volte ribadito anche dalla Commissione europea.
Serve assolutamente l’impegno da parte di tutti nel ripensare l’approccio verso il mondo dei rifiuti non solo in termini normativi ma anche e soprattutto culturali.
Orientamenti tipicamente anglosassoni basati sul facts check devono divenire elementi basilari e determinanti nelle scelte sia di breve che di medio-lungo periodo al fine di garantire, anche al nostro Paese, una crescita realmente sostenibile al passo con quella avvenuta nei Paesi europei dai più presi a riferimento come modello.