Rifiuti bollettino di informazione normativa - direttore: Paola Ficco

Valutazioni e proposte

I primi Programmi d’azione comunitaria in materia ambientale risalgono agli anni ‘70 e già allora indicavano un cambio di paradigma nel segno della sostenibilità e della prevenzione che oggi, a distanza di oltre quaranta anni, è divenuto urgente. Le ragioni di questa urgenza risiedono principalmente nel fatto che le esigenze di tutela del pianeta per decenni non sono state propriamente al centro delle agende politiche nazionali e sovranazionali. Basti pensare ai cambiamenti climatici in atto, la risultante di una procrastinata disattenzione verso i temi dello sviluppo sostenibile che ha reso titaniche alcune sfide ambientali che oggi abbiamo dinanzi.
Sotto tale profilo, il pacchetto sull’economia circolare, con le direttive recentemente emanate, rappresenta una occasione che non può essere trascurata: quella di calare efficacemente i principi del modello circolare nel corpus normativo, con norme snelle e immediatamente applicabili che non rinviino, ad ogni piè sospinto, a norme attuative che troppo spesso non vedono la luce. Che quello dei rifiuti fosse uno dei settori strategici per un’economia non solo incentrata sul profitto immediato ma capace anche di tutelare e preservare il capitale naturale e i servizi ecosistemici è noto da tempo. Qualche anno fa Janez Potocnik, nel presentare i nuovi obiettivi europei sul riciclo, spiegava: “Nel Ventunesimo secolo, caratterizzato da economie emergenti, milioni di consumatori appartenenti alla nuova classe media e mercati interconnessi utilizzano ancora sistemi economici lineari ereditati dal Diciannovesimo secolo.
Se vogliamo essere competitivi dobbiamo trarre il massimo dalle nostre risorse, reimmettendole nel ciclo produttivo invece di collocarle in discarica come rifiuti”. Ritengo che oggi non vi sia più ragione di dubitare che il fattore competitività dipenda dalla capacità di reimmettere queste risorse nei cicli produttivi e di consumo sottraendole alla discarica. Ma dobbiamo poterlo fare senza troppi vincoli, gravami e appesantimenti burocratici. Questa è la strada maestra verslo la green economy che nel nostro Paese, tradizionalmente povero di materie prime, è stata già intrapresa con successo grazie a buone politiche sul tema del recupero e riciclo dei rifiuti. Secondo Eurostat l’Italia si colloca al secondo posto per il tasso di circolarità medio nell’Ue28 (con il 18,5%) dietro ai Paesi Bassi (con un tasso del 26,7%), davanti a Francia (17,8%) e Belgio (16,9%). Il definitivo abbandono dell’economia lineare a beneficio di modelli circolari richiede di fare di più. Il settore della carta lo dimostra al meglio: l’Italia è il quarto utilizzatore europeo di carta da riciclare con oltre il 55% di carte e cartoni prodotti a partire da fibre di secondo impiego, con tassi di riciclo che, per l’imballaggio, si attestano sull’80% dell’immesso al consumo, già oltre gli obiettivi europei al 2025 (che prevedono il 75% di riciclo) e in linea con l’obiettivo dell’85% al 2030.
Risultati resi possibili dallo sviluppo delle raccolte differenziate comunali di carta e cartone che, stabilmente oltre i 3 mln di tonnellate, sono divenute preziosi giacimenti urbani pronti a soddisfare il fabbisogno dei settori industriali di impiego. Ma riciclare genera residui e se aumenta il riciclo (basti pensare che in Italia ogni minuto vengono riciclate 10 ton di carta!) aumentano gli scarti, sia quelli generati dalla selezione e dal trattamento che precede il riciclo, sia quelli prodotti dal riciclo finale. Questi rifiuti vanno gestiti attraverso una adeguata pianificazione impiantistica che consenta di chiudere veramente il cerchio e di sottrarli alla discarica.
Altrimenti lo smaltimento non diventerà mai la soluzione residuale che la gerarchia nella gestione dei rifiuti indica da tempo come ultima opzione. Un altro passaggio strategico e ormai ineludibile riguarda la definizione dei criteri End Of Waste, premessa indispensabile per massimizzare l’utilizzo dei rifiuti come risorse e l’impiego delle materie seconde. Senza End Of Waste non può esserci economia circolare e il ritardo nella definizione di una chiara disciplina sulla cessazione della qualifica di rifiuto per alcune filiere, alcune strategiche proprio in ragione della loro naturale capacità di consentire la valorizzazione e l’impiego delle materie seconde, è un gap che va assolutamente colmato. Ciò è tanto più necessario nel contesto, sempre più accentuato, di un mercato nazionale fortemente influenzato dal mercato globale, condizioni nelle quali le imprese, che sono gli attori della green economy, devono essere maggiormente supportate sulla strada dell’economia circolare. La ormai decennale carenza di una disciplina sull’assimilazione è un tallone d’achille di cui in questi anni si è detto e si è scritto fin troppo.
Senza successo, vista la perdurante assenza di un’efficace regolamentazione di cui fa le spese principalmente il mercato. Vi è poi il tema dell’EPR, la cui implementazione dovrà contemplare equità di costi tra i diversi attori della catena, pena il rischio di scaricare solo sui produttori oneri economici le cui leve sono in mano ad altri operatori.
E non è un caso che il sistema italiano per la gestione degli imballaggi, che ha il più basso tasso di evasione in Europa, sia basato sul principio della “responsabilità condivisa”. Forse oggi i tempi sono maturi per estendere la responsabilità del sistema consortile dagli imballaggi ai materiali. Venendo al Green Public Procurement, è fuor di dubbio che vada ripensato e rilanciato con linee guida e parametri certi per valutare il costo del ciclo di vita, criticità che ne ha finora ostacolato il decollo. La prossima rivisitazione normativa imposta dal recepimento delle direttive Ue dovrà insomma favorire la definitiva transizione all’economia circolare. Ci si augura che questo avvenga a partire da ciò che nell’attuale quadro normativo ha funzionato e senza stravolgere ciò che ha consentito in questi anni un decisivo cambio di passo e di paradigma nella gestione dei rifiuti. Gli obiettivi comunitari sul recupero e riciclo degli imballaggi sono stati raggiunti senza necessità di ricorrere a proroghe (pratica cui il nostro paese in molti settori è tristemente avvezzo). Ciò è stato possibile per la scelta, del legislatore dell’epoca, di improntare l’azione consortile alla logica del “servizio universale” e della sussidiarietà al mercato, capisaldi che hanno garantito i comuni sia sul fronte economico, sia per quanto riguarda il ritiro delle raccolte in ogni area del paese, comprese quelle non remunerative che, in una logica basata solo sul mercato, non avrebbero avuto servizio. Servizio universale, garanzia del ritiro sull’intero territorio nazionale, corrispettivi certi negoziati a monte e sussidiarietà al mercato sono i fattori che hanno consentito lo sviluppo delle raccolte differenziate comunali.
Il sistema consortile oggi rappresenta un settore importante dell’industria italiana capace di creare sviluppo e occupazione e va preservato da stravolgimenti che potrebbero inficiarne l’efficacia, tenendo presente che esso, pur sussidiario al mercato, nasce – è bene riaffermarlo – proprio per rimediare ai “fallimenti” di quel mercato che da solo non garantiva (né potrebbe farlo oggi) il conseguimento degli obiettivi europei, che in Italia sono stati raggiunti prima della scadenza dei termini. In venti anni siamo passati dall’essere il paese delle emergenze rifiuti ad uno dei paesi che ricicla di più. Forse per guidare la definitiva transizione all’economia circolare vale la pena non rinnegare ideologicamente ciò che ci ha condotti fin qui.