Rifiuti bollettino di informazione normativa - direttore: Paola Ficco

Editoriale

Obblighi e sanzioni. Sono i capisaldi della cultura del “command and control”, cioè di quella cultura che ha sostenuto e sostiene la creazione della legislazione ambientale. Del resto in un Paese pasticcione come l’Italia, se così non fosse, sarebbe il disastro. Tuttavia, sembra che anche sul punto l’Italia si sia “distratta”.
Infatti, si nota (e con un certo imbarazzo) che nonostante il registro e il formulario siano (da sempre) gli unici baluardi contro il traffico illecito di rifiuti, sull’apparato sanzionatorio le voci sono dissonanti e una di queste è quella, autorevolissima, della Corte di Cassazione. Anche il Mud non pare assistito da alcuna sanzione. Le dottrine e le argomentazioni si divaricano, l’incertezza regna sovrana. Sul formulario per i rifiuti pericolosi, la Cassazione ha sostenuto (anche dopo l’entrata in vigore del Dlgs 121/2011) che la sanzione non c’è più. Altri dicono che non è vero. Certo la colpa è tutta del Sistri che ha sparigliato un sistema che aveva trovato una sua modalità di esistenza e con tutti i suoi avanti e indietro ha fatto sì che il castello di rinvii, proroghe, modifiche e false partenze viziasse in radice anche quelle poche regole di base che, nel tempo, si erano consolidate e che costituivano una piccola (ma solida) certezza.
Per una serie di ragioni che qui non vale la pena riepilogare, personalmente si ritiene che le sanzioni su registri e formulari, dopo il Dlgs 121/2011, esistano e la portata della norma sia stata interpretativa e non dichiarativa. Di contro, le sanzioni per il Mud, miseramente non sono più esistenti. Si registrano opinioni contrarie. Ma non è questo il punto.
Il punto è un altro ed è doloroso: la dottrina può anche divaricarsi sulle regole del gioco, ma se la divaricazione tocca anche le sanzioni, la gestione (legittima e sana) dei rifiuti ha finito di vivere ancora prima di nascere.
Ed è gravissimo perché nel nostro ordinamento vige (per fortuna) il principio di legalità (in materia di sanzioni sia penali sia amministrative) che si esprime attraverso i principi di riserva di legge, di tassatività, di non retroattività, di divieto di analogia. Ma di questo sembra tutti si dimentichino e se anche due sole persone non sono d’accordo sul fatto che una sanzione sia prevista o meno, in un ordinamento democratico. questo è davvero molto grave. È un sistema che apre il passaggio dalla discrezionalità all’arbitrio. In questo momento di crisi economica e finanziaria, di inesistenza dell’economia reale l’Italia non si può permettere questo.
Perché il Ministero dell’Ambiente non ha fatto nulla contro quello che sembra davvero un colabrodo attraverso il quale passa di tutto? Risale al 24 aprile 2012 la sentenza 17823 con la quale la Corte di Cassazione penale ha ritenuto che il presidio della sanzione penale non assiste più la mancanza del formulario per i rifiuti pericolosi. È passato un anno e dopo una decisione così pesante (e che i Giudici di legittimità hanno sicuramente patito) il Ministero dell’Ambiente non ha sentito il dovere istituzionale di riguardare l’apparato sanzionatorio relativo al formulario e al registro. Anche in occasione del Mud, analoga distrazione.
Tutti a pensare al Sistri che forse neanche riuscirà veramente a funzionare, e a quell’unico strumento per la tracciabilità su strada dei rifiuti (anche pericolosi) che è il formulario nessuno pensa. Del resto lo ha stabilito la Cassazione penale che le sanzioni penali non ci sono più. Lo stesso dicasi per quelle amministrative. Sarebbe servito poco per tenere nella considerazione che meritano le imprese sane; sarebbe bastato reintrodurre le sanzioni pregresse riferendole ai soggetti attuali e non a quelli dell’articolo 188-ter “Codice ambientale”, visto che questo articolo non è ancora in vigore.
Non solo, sarebbe bastato poco per ridare fiato a tanti, senza scomodarsi troppo; penso alla centralizzazione regionale delle competenze autorizzatorie per acqua, aria e rifiuti per evitare la disparità di trattamento che sempre segue alla diversa interpretazione normativa tra le varie province e i vari comuni nell’ambito della stessa regione. Penso alla maggiore aderenza delle legislazioni regionali al dato normativo nazionale per evitare ricorsi alla Consulta e più che scontate condanne e costi (per esempio alle terre e rocce di scavo dei piccoli cantieri di Veneto e Friuli V. Giulia). Penso alla necessità di qualificare come scarichi e non come rifiuti le acque emunte, trattate e reimmesse in corpo idrico, negli interventi di bonifica per evitare una ulteriore autorizzazione nel corso dei già tormentati procedimenti di bonifica. Penso alla non più rinviabile necessità di armonizzare l’Aia con la Via anche per gli impianti di competenza regionale. Cosa li distingue da quelli di competenza statale dove, invece, le procedure sono “unificate”? Sono poche cose che le imprese chiedono da sempre per risparmiare tempi e costi. Non sono difficili né da capire né da fare. Il problema relativo alle sanzioni, invece, è scandaloso. Ma di cosa si è occupato il Governo tecnico?