Rifiuti bollettino di informazione normativa - direttore: Paola Ficco

Valutazioni e proposte

Il PVC è riciclabile e riciclato con successo da molti anni. Come dimostrano numerosi studi e ricerche, gli articoli in PVC possono essere riciclati più volte senza perdere in modo significativo le loro proprietà. Questo rende il PVC un materiale particolarmente idoneo per l’attuazione di una vera Economia Circolare.
Il fatto che il PVC viene impiegato principalmente in prodotti da costruzione quali tubi, profili, membrane per tetti, pavimenti e cavi elettrici, rappresenta un vantaggio in termini di facilità di raccolta e separazione, e minimizza il livello di potenziali contaminanti.
Grazie ai programmi di sviluppo sostenibile, l’industria europea del PVC ha sviluppato un significativo know-how sul riciclo. Dal 2001 ad oggi sono state riciclate oltre 3 milioni di tonnellate di PVC post consumo nell’ambito di tali programmi (www.vinylplus.eu – www.recovinyl.com).

La lunghissima vita della maggior parte dei prodotti in PVC, fa sì che gli additivi presenti nel PVC post consumo possano essere quelli usati diversi anni o addirittura decenni fa. Alcune di queste sostanze sono oggi classificate come pericolose, o addirittura vietate, mentre erano consentite e comunemente utilizzate senza particolari preoccupazioni in passato.

Per questo molti studi sono stati finanziati per verificare l’effettivo l’impatto del riciclo del PVC contenente sostanze pericolose sulla salute e sull’ambiente. Tutti gli studi hanno confermato che il PVC riciclato, sia rigido che flessibile, contenente un ragionevole quantitativo di additivi residui costituisce un’opzione perseguibile senza rischi inaccettabili per la salute e per l’ambiente.

Il Regolamento REACH costituisce uno spartiacque tra passato, quando molte delle sostanze oggi considerate pericolose erano ammesse, e il futuro. È evidente però che l’applicazione automatica del REACH ai materiali recuperati, potrebbe scoraggiare le attività di recupero per costi, procedure, autorizzazioni, restrizioni, ecc.
L’applicazione delle procedure di restrizione e in particolare dell’autorizzazione del REACH uniti all’inseverimento della classificazione CLP ha, in qualche caso, reso più critica la gestione del riciclo da parte dei riciclatori in considerazione delle autorizzazioni necessarie e delle prescrizioni da attuare. Questo è logico in presenza di rifiuti pericolosi, meno in presenza di rifiuti che, seppur classificati pericolosi, non presentano rischi per il riciclatore, il consumatore e l’ambiente.
Applicare la restrizione per le sostanze pericolose contenute nei riciclati in sostituzione dell’autorizzazione, permetterebbe di garantire: 1) che non siano presenti in articoli ad alto rischio 2) una più facile tracciabilità dei rifiuti/prodotti, anche di importazione, riducendo la possibilità di invio all’estero, incenerimento, discarica, ecc; 3) che tutte le imprese, comprese le piccole, possano essere parte attiva del processo di riciclo con un significativo aiuto all’economia nazionale.
Sulla base dei dati di pericolosità e di migrazione si potrebbe definire per quale tipologia di applicazione il rischio è elevato e, di conseguenza, definire un divieto di utilizzo in certi articoli. Per le applicazioni per le quali il rischio è assente o moderato, si potrebbero definire limiti nel contenuto massimo della sostanza ammessa nel riciclato utilizzato da solo o con PVC vergine. Tali limiti potrebbero essere rivisti a distanza di anni per verificare se la curva di “decadimento” della sostanza si riduce come previsto e di conseguenza apportare le necessarie correzioni. Esempi di riferimento possono essere la proposta di deroga per il cadmio (entry 23, annex XVII REACH) e la proposta ECHA di restrizione del piombo la cui applicazione deve essere, ovviamente, limitata solo ai rifiuti riciclati.
È inoltre importante sottolineare come, mentre a livello europeo si discute sulla definizione di ‘end of waste’, l’Italia abbia adottato da oltre 15 anni (decreto ministeriale 5 febbraio 1998) una regolamentazione che definisce, facendo riferimento a specifiche norme UNI 10667, quando un rifiuto diventa, o meglio ritorna, una materia prima (seconda). Proprio queste norme UNI, opportunamente aggiornate, potrebbero diventare il riferimento normativo per definire la tipologia di rifiuto utilizzabile per una specifica tipologia di articolo.