Rifiuti bollettino di informazione normativa - direttore: Paola Ficco

Valutazioni e proposte

Trasformare i rifiuti in risorse. Uno slogan ormai logoro e abusato, che troppo spesso rimane solo sulla carta. Tutti ne parlano, e il rischio è di trasformarlo in un cliché. Ma, come molti cliché in apparenza fiacchi e banali, in realtà esprime una grande verità. E, per restituire dignità a quello che rischia di diventare un vuoto luogo comune, forse è necessario ripensare la gestione delle risorse, a partire dal lessico che la governa. Per Cobat, la parola da cui ripartire è “responsabilità”. Meglio se estesa.

L’economia circolare è una questione di responsabilità. E chi è responsabile non si disfa (di un rifiuto), ma, semmai, si occupa (di qualcosa). In “Dis-Fare” all’azione viene anteposto “dis”, prefisso con valore negativo che, in genere, conferisce alla parola a cui si unisce significato opposto. Cos’è dunque responsabile? “Non fare”, “guastare il già fatto” o, semmai, rispondere delle proprie azioni?

Il modello che Cobat, nel corso dei suoi 30 anni di attività, ha individuato come buona pratica di economia circolare è, appunto, quello della responsabilità estesa dei produttori e degli importatori. Il principio nasce in Europa per costruire una regolamentazione che veda una partecipazione attiva da parte di chi produce o importa determinate tipologie di prodotti nel processo di gestione degli stessi fino al fine vita. In questo modo, i produttori e gli importatori diventano responsabili del corretto trattamento e riciclo dei beni che immettono sul mercato, dando il via a un ciclo virtuoso in cui tutti gli operatori della filiera collaborano affinché davvero i rifiuti vengano trasformati in risorse. Con un beneficio che non è solo ambientale, ma anche e soprattutto economico.

E se questo principio non riguardasse solo alcune filiere, come quelle delle batterie, delle apparecchiature elettriche ed elettroniche o degli imballaggi? Se, per ogni prodotto comprato, noi cittadini avessimo la certezza che chi ha fabbricato quel bene ha già pensato a come trattarlo quando non sarà più utilizzabile, trasformandolo in nuove risorse da reimmettere nel ciclo produttivo?

La questione, che riguarda la tutela dell’ambiente, il diritto dei consumatori e la gestione efficiente delle risorse, rischia tuttavia di rimanere priva di significato se i produttori e gli importatori non avessero come interlocutori dei sistemi collettivi con capacità progettuale e industriale. Sistemi in grado di assicurare una solida garanzia finanziaria per la copertura dei costi di raccolta e riciclo anche per i beni durevoli. Soggetti dotati non solo di un network logistico e di trattamento che permetta una raccolta “a chilometro zero” – con conseguente abbattimento di costi ed emissioni di CO2 – ma anche e soprattutto di un sistema di tracciabilità trasparente e in tempo reale. Interlocutori che, forti dell’esperienza del passato, siano con gli occhi rivolti al futuro, con investimenti in ricerca e sviluppo. Perché i prodotti lanciati sul mercato oggi saranno i rifiuti di domani.

Il compito di sistemi come Cobat è accompagnare i prodotti in quello che non è “l’ultimo viaggio”, ma una nuova ripartenza. E per farlo serve essere responsabili, agire tutti all’interno di un cerchio. Ben lontani dal noto girone dantesco degli ignavi, all’ombra di chi “fece per viltade il gran rifiuto”.