Rifiuti bollettino di informazione normativa - direttore: Paola Ficco

Valutazioni e proposte

Chi opera nel settore del recupero e del riciclo di sostanza organica dai rifiuti (classicamente mediante il compostaggio) da sempre adotta il paradigma della circolarità del recupero, riportando al suolo ciò che dal suolo deriva.

Il Consorzio Italiano Compostatori compie 25 anni, e da 25 anni le aziende afferenti al CIC, dapprima producendo compost con i soli rifiuti di parchi e giardini ed oggi mediante veri e propri poli tecnologici di trasformazione dei rifiuti organici, producono Ammendanti (quindi materia) ma anche energia (tramite la digestione anaerobica) e da sempre hanno sposato i principi base della Economia Circolare.

In sintesi, come ormai noto, il settore del trattamento biologico per il recupero della frazione organica del rifiuto urbano e speciale si è particolarmente sviluppato negli ultimi quindici anni, creando ex novo un vero e proprio settore che ad oggi garantisce all’Italia (prima in Europa per intercettazione di “foodwaste”):
• più di 6 mln di ton/anno di rifiuti a matrice organica trattati per la produzione di ammendante organico;
• 1,8 mln di ton/anno di ammendante organico prodotto rispondente ai severi limiti della norma nazionale sull’immissione al consumo di fertilizzanti (Dlgs 75/2010);
• più di 50 ammendanti organici provvisti di Marchio di Qualità, programma di verifiche e controlli implementato dal CIC a partire dal 2004;
• la partecipazione a programmi di raccolta differenziata della frazione organica di origine alimentare (quella che nell’accezione più comune viene definita come “umido”) estesa a quasi 40 milioni di abitanti;
• la progressiva evoluzione del trattamento mediante compostaggio dei rifiuti organici verso contemporanea produzione di ammendanti e biometano, preferibilmente destinato all’autotrazione.

L’80% delle matrici trattate dagli impianti di recupero/riciclo dei rifiuti organici sono di derivazione urbana (scarti alimentari domestici, mercatali, da utenze collettive e scarti vegetali da manutenzione di parchi e giardini); dunque, la frazione organica dei rifiuti urbani rappresenta il cuore del sistema in quegli ambiti territoriali dove, a partire dalla metà degli anni ’90, è nata e si è via via consolidata la raccolta differenziata.

Dal punto di vista dello status giuridico di un materiale si passa da un rifiuto, ovvero qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l’intenzione o l’obbligo di disfarsi (cfr. articolo 183 Dlgs 152 e s.m.i.) ad un prodotto, altrimenti detto End of Waste (letteralmente Materiale che ha cessato la qualifica di rifiuto) nell’accezione comunitaria più diffusa.

La filiera del rifiuto organico ha creato in 25 anni una filiera virtuosa, la più ampia per quantitativi di rifiuto trasformato e materia ed energia prodotti, senza l’ausilio di sistemi incentivanti, né obblighi normativi o sovvenzioni per la valorizzazione dei prodotti.

Sintetizzando, si è costituita una filiera virtuosa attraverso la creazione contestuale di un sistema ordinato (che ha seguito le direttive europee e le pianificazioni regionali e provinciali), un sistema tracciato (non c’è impianto che non segua rigidi protocolli di tracciabilità del rifiuto, del processo e del prodotto) e un sistema certificato (con certificazione di filiera e/o prodotto con rigide e costanti verifiche analitiche).

Ora, ci si chiede se assecondare o meno la tendenza in atto da alcuni anni che vorrebbe trasformare tout court i rifiuti in sottoprodotti o, addirittura, far uscire dal campo di applicazione della parte IV del Testo Unico Ambientale alcune tipologie di rifiuti. In gran parte dei casi sembra solo una semplificazione giuridica ed operativa e a volte si ha l’impressione che si sottovalutino alcuni passaggio fondamentali come se, cambiando il regime giuridico di un materiale (chiamiamolo così…), si possa bypassare tutta una serie di vincoli legati alle verifiche e ai controlli che determinano le caratteristiche del materiale e la sua sostenibilità ambientale. A mio parere, questo passaggio di apparente semplificazione non dovrebbe comunque mettere in discussione il paradigma di cui sopra: il passaggio da rifiuto a sottoprodotto, o da rifiuto a end of waste, deve avvenire sempre e comunque garantendo ai materiali, ai processi e ai prodotti una sostenibilità ambientale che si attua creando sistemi ordinati, tracciati e certificati.