Rifiuti bollettino di informazione normativa - direttore: Paola Ficco

Valutazioni e proposte

La definizione di rifiuto fondata sulla definizione di “disfarsi” fintanto che non si è congiunta con la disciplina delle “materie prime secondarie” (forma pionieristica di MPS) non ha promosso (e non potrà promuovere) l’economia circolare. La normativa di rifiuti, soprattutto per quelli in Lista Verde, deve essere disciplinata in analogia con quanto avviene in altri Paesi Europei. Cioè con standard e modalità di utilizzo che tengano conto che gli utilizzatori sono industrie manifatturiere.

Perché non si riesce a distinguere tra standard ambientali e standard commerciali. In Italia il mancato rispetto di uno standard qualsiasi porta alla violazione delle norme sui rifiuti. Una penalizzazione che non esiste con i materiali vergini e che rischia di precludere lo sviluppo ulteriore dell’economia circolare. Per quanto riguarda i sottoprodotti va aggiunto che, per molti interlocutori, sono rifiuti “depotenziati” ma pur sempre rifiuti. Un grosso errore sotto il profilo industriale e direi quasi “ontologico”.

Potrei aggiungere che per i rifiuti in Lista Verde va prevista la loro utilizzazione negli impianti autorizzati IED/IPPC senza altra regolamentazione che quella del rispettivo BREF prevedendo che i rifiuti, fino al conferimento in azienda, vengano “tracciati” con il formulario di identificazione.
Questa sarebbe una misura che incentiverebbe l’uso delle materie prime “circolari” senza abbassare gli standard ambientali. Un’altra norma da introdurre potrebbe essere quella di perfezionare l’articolo 39, comma 12 del Dlgs n. 205/2010 prevedendo che la restituzione di un bene o prodotto (per effetto di un qualsiasi contratto che ciò preveda) esclude l’operazione dalla normativa dei rifiuti e da quella, in particolare, della raccolta e trasporto degli stessi.
Manca però ancora un aspetto essenziale: l’attenzione al recupero del rifiuto derivante dal riciclo dei rifiuti. Se non teniamo conto di questo aspetto, c’è il rischio di una bella costruzione a monte che però non regge su fondamenta solide.
Dalla raccolta urbana della carta in Italia deriva il primo materiale in quantità (oltre 3 milioni di tonnellate nel 2015 su un totale di 6,3 milioni di t di carta raccolta) con un tasso di riciclo dell’80% nel settore dell’imballaggio. In Italia, ogni minuto, vengono riciclate 10 tonnellate di carta!
Nel settore della carta e del cartone, dal processo di riciclo in particolare, si genera uno scarto, comunque minimo rispetto al rifiuto evitato grazie al riciclo della carta, il cui recupero energetico è una Best Available Technique (BAT) a livello UE.
In Italia uno degli ostacoli al riciclo (oltre che all’aumento della capacità di riciclo) è proprio la difficoltà di gestione di questi scarti che, pur ricchi di energia, continuano a finire nelle discariche, che sono sempre meno, per:
• l’impossibilità da parte imprese italiane di installare questo tipo di impianti all’interno dei propri siti produttivi;
• la mancanza, all’esterno dei siti produttivi, di infrastrutture sufficienti per recuperare energeticamente le quantità di scarto di pulper generate dall’industria del riciclo.
Un evidente limite alla “circolarità” e un enorme spreco di risorse e di energia che i nostri concorrenti europei non fanno.
Per recuperare 300 mila tonnellate di scarti di riciclo (nulla di fronte ai circa 5 milioni di t di carta riciclata ogni anno dal settore, un rapporto tra 1:18) c’è solo un impianto di termovalorizzazione dedicato in Umbria, mentre un secondo impianto in Lombardia non è utilizzato in maniera costante.
Intanto anche le capacità di recupero energetico sono utilizzate per i rifiuti urbani provenienti da Regioni che non hanno saputo dotarsi di un’impiantistica adeguata. Lo possono fare a “caro prezzo”, tanto paga il contribuente.
Una situazione semplicemente inadeguata.
I nostri concorrenti europei hanno invece impianti a piè di fabbrica, oppure vanno in impianti di termovalorizzazione o in altri impianti industriali (cementifici).
È necessario che l’Italia attui le norme che consentono di recuperare energia dagli scarti del riciclo, nella consapevolezza che questa è una delle condizioni indispensabili per:
• contribuire alla decarbonizzazione;
• ridurre lo svantaggio competitivo oggi esistente tra l’industria nazionale e i suoi competitori nella UE.
• infine, ma non meno importante, dare piena attuazione ai principi dell’Economia Circolare.
Per esempio, alcune norme sono contenute nel “Codice dell’ambiente” (Decreto legislativo n. 152/2006), il cui articolo 199, comma 3, lettere g) ed m) che inserisce tra i contenuti previsti nei piani regionali di gestione dei rifiuti:
• il complesso delle attività e dei fabbisogni degli impianti necessari a garantire la gestione dei rifiuti urbani (…) , nonché ad assicurare lo smaltimento e il recupero dei rifiuti speciali in luoghi prossimi a quelli di produzione al fine di favorire la riduzione della movimentazione di rifiuti;
• le iniziative volte a favorire il riutilizzo, il riciclaggio e il recupero dai rifiuti di materiale ed energia, ivi incluso il recupero e lo smaltimento dei rifiuti che ne derivino.

Si tratta di norme previste a livello di legislazione nazionale, ma che devono essere attuate a livello regionale.
In assenza di qualsiasi azione, il rischio, sempre più vicino è che si blocchi la produzione, quindi il riciclo della carta e conseguentemente la raccolta differenziata della carta su suolo pubblico (e su quello privato) in Italia.
Né il Paese né l’industria della carta vogliono questo, ma l’inerzia può andare oltre le peggiori aspettative.