Rifiuti bollettino di informazione normativa - direttore: Paola Ficco

Valutazioni e proposte

Non c’è giorno, o quasi, in cui i media non diffondano dati allarmanti sul consumo del suolo che viene “trasformato” per la realizzazione di infrastrutture di vario genere, di abitazioni e di edifici per usi terziari. È un flusso informativo per così dire a “senso unico” che tende ad individuare l’attività delle costruzioni come una di quelle che maggiormente possono, anzi, mettono a rischio il territorio. Non voglio entrare in polemica sui numeri che dovrebbero indicare anche il territorio che ogni anno viene restituito alla natura, ma consentitemi di evidenziare che non si fa quasi nulla per avviare una politica urbana che dal consumo del territorio passi, per gradi, alla trasformazione del territorio in un’ottica di utilizzo delle aree dismesse e degli immobili esistenti, ossia di rigenerazione urbana piuttosto che di espansione. Si tratta di superfici e di volumi che, in alcune realtà urbane del Paese, sono rilevanti e attraverso cui si può “costruire” una azione di rigenerazione di assoluto rilievo a condizione però che vi siano le indispensabili condizioni di fattibilità per la loro realizzazione e cioè tempi e regole certe attraverso cui rispondere alla domanda del mercato. Ciò significa che nella definizione dei programmi di trasformazione si dovrà operare su almeno due temi gli aspetti urbanistici quali le destinazioni d’uso, le volumetrie trasformabili o realizzabili, le opere di interesse generale e di urbanizzazione e gli aspetti ambientali. Ed, infatti, sono proprio questi ultimi oggi a creare le maggiori variabili o se vogliamo le criticità negli interventi di trasformazione urbana visto che è necessario attivare una procedura preventiva sulla qualità del suolo alla quale spesso segue l’avvio di una procedura di bonifica che incide in modo sostanziale sui tempi e sui costi di intervento. A questi fattori si sommano le questioni architettonica e paesaggistica conseguenti alla altrettanto frequente presenza di vincoli sia specifici sugli immobili sia di natura paesaggistica. Insomma un percorso ad ostacoli, caratterizzato anche da una sorta di incomunicabilità tra le varie normative, con il quale gli operatori, gli enti locali e gli altri enti pubblici si confrontano quotidianamente. In questo scenario occorre segnalare che anche le modifiche apportate nel 2016 in tema di conferenza dei servizi e quindi alla capacità di dialogare tra le varie amministrazioni sino ad ora si sono dimostrate di relativa efficacia. Se poi si vuole fare rigenerazione urbana di area vasta tutte queste criticità vanno moltiplicate per enne volte e sommate con quelle ulteriori legate alla proprietà privata frazionata, alle disposizioni in materia di distanze tra gli edifici, luci vedute e via discorrendo. È evidente che, con queste regole, di rigenerazione urbana se ne fa molta a parole con convegni e dibattiti e poca nei fatti che, invece, è quella necessaria ai territori per non il treno della competitività e della modernizzazione. A complicare ulteriormente il tutto c’è poi l’annoso conflitto delle competenze tra lo Stato e le regioni che è la prima questione da “mettere a posto” vale a dire governo del territorio da un lato e ambiente e salute dall’altro. Su questo secondo aspetto le perplessità normative e scientifiche rispetto al passato ed alla volontà più volte dichiarata del Governo di andare verso la semplificazione, sono ahimè cresciute ed anche il recente Dpr 120 del 2017 non è stato di aiuto almeno per alcuni temi visto che ora, tanto per fare un esempio è oggettivamente più complesso o anche impossibile, soprattutto per i piccoli cantieri, riutilizzare direttamente in sito i materiali inerti scavati. In passato l’Ance ha ripetutamente evidenziato la necessità di riesaminare la normativa per il recupero delle aree e degli immobili nei quali erano state svolte in precedenza delle attività potenzialmente a rischio di inquinamento proprio nella logica della trasformazione urbana ed ancora oggi questa tematica non ha trovato una soluzione positiva. Siamo in presenza di un obiettivo che deve essere raggiunto, in sinergia tra vari soggetti, con modalità che siano in grado di assicurare la più ampia tutela ambientale possibile, la fattibilità e la sostenibilità economica delle tecnologie di intervento necessarie e tanto per ribadirlo di nuovo, la certezza delle regole e dei tempi ed in particolare di quelli entro cui le amministrazioni locali debbono esprimere pareri, atti di assenso o di verifica. In questo contesto appare per altro importante scindere le problematiche delle bonifiche, soprattutto a livello procedurale, tra aree nelle quali è in corso un’attività industriale e aree, invece, dismesse o comunque inutilizzate. Altro aspetto importante è quello legato alla destinazione urbanistica degli immobili che deve essere immediatamente aggiornata, anche con procedure semplificate rispetto ad una variante di piano, nel momento in cui l’attività non viene più esercitata e ciò per evitare di ritrovarsi con contenitori immobiliari destinati inesorabilmente al degrado ed all’abbandono con tutto quel che ne consegue non solo in termini ambientali, ma anche per la salute e la sicurezza dei cittadini. In conclusione, è evidente come ambiente e trasformazioni urbane siano tra loro in stretta relazione e, quindi, ancora prima di pensare a specifici problemi di gestione del cantiere, è necessario creare le condizioni per poter “aprire i cantieri”.