Rifiuti bollettino di informazione normativa - direttore: Paola Ficco

Valutazioni e proposte

Da 30 anni l’impegno di A.D.A. – Associazione Nazionale Demolitori Autoveicoli – è finalizzato a sostenere l’attività svolta presso i centri di demolizione dei veicoli fuori uso. Con soddisfazione, nel 1997, abbiamo accolto il Decreto Ronchi che per la prima volta riconosceva agli autodemolitori un ruolo fondamentale nella gestione del rifiuto/veicolo. Da allora molte cose sono cambiate, normative sempre più incalzanti e nuove tecnologie che hanno spinto gli impianti a puntare verso standard qualitativi più alti e maggiore sicurezza, migliorando l’organizzazione del lavoro in modo da consentire il raggiungimento di prestazioni ancor più significative.
Ma il cuore dell’attività svolta in un centro di autodemolizione non è cambiato: il veicolo fuori uso, anche se rifiuto, è da sempre considerato una risorsa e, per questo motivo, riteniamo che la gestione del veicolo fuori uso abbia precorso i tempi e costituito un vero esempio di economia circolare.
Nelle varie fasi di lavorazione del veicolo fuori uso, vengono infatti effettuate operazioni che hanno come scopo finale il reimpiego o il recupero, come ad esempio lo smontaggio delle parti di ricambio riutilizzabili avviate al reimpiego, l’avvio a riutilizzo dei gas refrigeranti e del carburante, il recupero di rottami, vetri, plastiche, batterie, oli e pneumatici.
Di recente A.D.A. sta seguendo con partecipazione diretta tramite un centro di demolizione associato, un’attività sperimentale promossa da FCA (attualmente in corso e con risultati promettenti) che consiste nel recupero dei copri ruota (in poliammide) lavorati per generare altri copri ruota ed essere riutilizzati su veicoli nuovi. Il progetto è anche stato presentato durante lo IARC tenutosi a Berlino lo scorso mese di marzo. Inoltre, A.D.A., tramite Fise Unire a cui aderisce, ha fornito alle Istituzioni il proprio contributo attraverso proposte di modifiche legislative al Dlgs 209/03 e alla Direttiva 2000/53/CE.
Affinché i principi alla base dell’economia circolare trovino attuazione, dobbiamo però valutare anche le interferenze con altre normative europee e, in particolare, i limiti rappresentati dalla legislazione relativa alle sostanze chimiche. Si pensi, ad esempio, al Regolamento REACH, concernente la registrazione, la valutazione, l’autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche, che non si applica alla produzione di rifiuti. Se da un lato tale Regolamento – bandendo/limitando l’uso di determinate sostanze o assoggettandolo ad un’autorizzazione – ha lo scopo di migliorare la protezione della salute dell’uomo e dell’ambiente, dall’altro applicato ad articoli ottenuti da materiali riciclati avrà inevitabilmente pesanti ricadute sull’intera economia circolare. Le proprietà fisico-chimiche e di pericolo delle sostanze vergini e dei riciclati potrebbero infatti essere diverse ma soggette alle medesime restrizioni.
Per una ragionevole transizione delle imprese verso l’economia circolare sarebbero, ad ogni modo, necessarie forme di incentivazione sia a favore delle imprese, a supporto della ricerca e dell’applicazione di nuove buone pratiche, sia a favore degli utilizzatori finali con la creazione di mercati di sbocco economicamente sostenibili.