Rifiuti bollettino di informazione normativa - direttore: Paola Ficco

Editoriale

Era il 2014 e fecero scalpore i dati pubblicati dall’Ocse, secondo i quali 7 italiani su 10 (dai 15 ai 65 anni) non comprendono un testo letterario, un contratto d’affitto o di un’utenza domestica, una polizza assicurativa, un articolo di giornale (literacy proficiency); per non parlare dell’accesso e utilizzo di informazioni numeriche indispensabili nella vita pratica (numeracy proficiency). I riflettori su questo agghiacciante fenomeno li ha riaccesi all’inizio di quest’anno il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco quando, nel corso di una lezione in un liceo classico romano ha affermato, preoccupato, che gli italiani “sanno leggere e scrivere ma non sanno vivere nella società di oggi, che richiede altre capacità di adattamento”. Gli ha fatto eco il linguista Tullio De Mauro il quale ha sottolineato che livelli così preoccupanti di analfabeti funzionali condizionano la produzione (quindi l’economia), la partecipazione e la vita sociale (quindi la politica) del nostro Paese. Insomma, 7 italiani su 10 usano Facebook ma non sanno interpretare la realtà. Uno smarrimento pericolosissimo, un instrumentum regni eccellente per attrarre e sedurre molte persone con sciocchezze e menzogne.
In una situazione del genere, norme così complesse, come quelle attuali che disciplinano la tutela delle matrici ambientali in genere e la gestione dei rifiuti in particolare, hanno davvero poche chances di essere osservate. Infatti, nei 7 italiani su 10 che risultano affetti da analfabetismo funzionale devono – statisticamente – esserci anche coloro i quali quelle norme le scrivono e le applicano. Insomma, un limite strutturale fortissimo che ci porta a un passo dal burrone, dal quale pensiamo di salvarci non misurando la circonferenza della nostra ignoranza bensì pronunciando il mantra della “cultura italiana”, il cui solo suono sembra trasformarci nei degni eredi della grandezza di Roma imperiale e dei fasti del Rinascimento fiorentino. Rianimazioni marginali di una tradizione grandiosa. Per dirla con Schopenhauer, semplicemente spudorati.
Così, anziché rimboccarci le maniche e rifondare saperi e competenze per passare dall’analfabetismo funzionale all’alfabetismo strutturale, scriviamo sempre più norme che, sempre più contorte, approdano sempre a troppo poco. Del resto in tutte le cose, in tutti i presunti soddisfacimenti dei bisogni umani, quando manca la qualità, ci si rifugia nella quantità: dall’abbigliamento al cibo; dalle relazioni alle leggi. E così alla semplice domanda “cosa devo fare per trasformare il mio rifiuto in un End of Waste” rispondono scene paniche, sempre giustificate dal paralizzante (perché mal inteso) principio di precauzione.
Le risposte diventano enigmi senza forma che fanno saltare anche la più solida realtà dei fatti e che scompaiono nel geometrico fluire del linguaggio burocratico, costellato dal consueto rosario di “Visto”, “Considerato”, “Premesso”, “Ritenuto” che sempre più spesso conduce a un granitico “no”. Così, in questa liturgia di gesti desolati, si anticipa l’inevitabile apocalisse di un paese stremato.
È un paradosso, ma l’azione legislativa e amministrativa, in origine concepite per dare solidità e certezza allo svolgimento delle attività dei consociati, oggi si associano ad un un’idea più di rischio che di sicurezza. Questo perché anche tra il fenomeno economico-produttivo e quello legislativo-amministrativo non esiste più una relazione, ma solo una connessione. È questo uno degli infiniti disturbanti riflessi della società liquido-moderna preconizzata da Bauman, dove gli impegni a lungo termine, il coinvolgimento durevole e l’obbligo di reciproca assistenza sono visti come una prospettiva né realistica né meritevole di grandi sforzi.