Rifiuti bollettino di informazione normativa - direttore: Paola Ficco

Editoriale

L’Europa e l’Italia scoprono la ricetta per un nuovo miracolo economico che ci renderà finalmente ricchi di risorse e nuovamente poveri di rifiuti: l’economica circolare.
Il plauso è ininterrotto e generalizzato. Quello che colpisce, però, è la rottura della memoria di quello che, fino a poche generazioni fa, si faceva ovunque: non si sprecava nulla.
E questo non perché una qualche legge obbligasse a farlo ma solo perché c’era consapevolezza del valore della fatica. La fatica è una categoria etica come l’attesa o la giovinezza. Ma di esse, dopo millenni, non c’è quasi più traccia, sostituite come sono dallo stress, dal qui e ora, dal giovanilismo.
Categorie queste che sono diventati veri e propri culti, ma distorti.
Lo stress è posto a motivo della quasi totalità delle patologie; il qui e ora è amplificato dalla (in)civiltà dell’immagine e dal narcisismo dei “selfie” o dei profili sui “social media”; il giovanilismo rifiuta il tempo che passa.
Questa terza via non si manifesta solo negli abbigliamenti “strizzati” di cinquantenni adipose, o nelle “performances” grottesche di ex ragazzi ormai artitrici, ma anche nella necessità di lavorare fino ad età più che avanzata. Così, impedendo l’accesso al lavoro del ricambio generazionale, di fatto, si impedisce il ringiovanimento delle strutture interessate perché quello che viene inibito è la trasformazione culturale.
Si origina in tal modo il confinamento in una specie di perenne adolescenza artificiale dove nessuna rivoluzione è possibile, non tanto perché si spaccia per nuovo quello non lo è, quanto perché lo si ripropone senza innovazione; cioè, senza nessuna genialità.
L’esperienza di questi lunghi anni dove il recupero e lo smaltimento sono stati posti su un piano paritetico e dove, a un certo punto, si è affacciato il riutilizzo però preceduto dalla preparazione, ha dimostrato l’illimitato orizzonte coperto dalla definizione di “rifiuto” e la conseguente pervasività del termine “disfarsi”. Il che è assolutamente non conciliabile con l’economia circolare che vuole allungare il ciclo di vita delle cose e dei prodotti. Se così deve essere, il termine “disfarsi” deve essere sostituito e il riciclo e il recupero devono uscire dalla logica di essere operazioni poste in essere sui rifiuti. Diversamente, un disordine pericolosissimo colpirà geometrie, già ora, fin troppo variabili.
Invece no, lo schema della direttiva mantiene l’attuale definizione di rifiuto e non chiarisce mai quando qualcosa cessa di essere tale per diventare, finalmente restituita all’uso, la protagonista indiscussa della nuova economia.
In queste grandi manovre para intellettuali degli euroburocrati, in una sorta di spazio irreale e indifeso, si ignorano le storie del genio industriale, visto solo come responsabile di ogni male e mai come reale motore del riciclo e del recupero.
Così il divario tra l’idea e la realtà aumenta, irraggiungibile come ogni altra lontananza.
In questo presente che continua a privare e deludere occorre un linguaggio nuovo che riplasmi una storia e convinca tutti che la vera svolta non sarà l’economia circolare ma la sottrazione di risorse dal concetto di rifiuto affinché diano vita all’economia circolare. Diversamente, non potremo tornare indietro ma non riusciremo ad andare avanti.
Questi argomenti sono astratti solo in apparenza; infatti, incidono in modo determinante sul modo di produrre, consumare e fare impresa.
In un mondo dominato dal relativismo culturale e da quello etico appare stupefacente che la definizione di rifiuto, invece, sia una e una sola, portatrice di una verità assoluta e non sindacabile.
Il tutto mentre con interventi più o meno velati si tenta di sottrarre cose ai rifiuti (legge sullo spreco, esclusioni dal campo di applicazione degli sfalci di potatura, centri del riuso, a tacere di altro).
Ancora una volta confusione e disordine mentre l’Europa, incapace di progettare la modernità, ha ormai intrapreso il cammino verso la sua definitiva provincializzazione, dando forma sempre più reale a quell’infelice destino che mai avrebbe immaginato di avere.