Rifiuti bollettino di informazione normativa - direttore: Paola Ficco

Editoriale

Nonostante il motore europeo sia vistosamente ingrippato, il riferimento alla Ue continua ad essere costante quando si vuole misurare il dislivello che separa (spesso) l’Italia dalle performance positive degli altri Stati membri. In questa misurazione spesso siamo agli ultimi posti.
Quando, invece, il confronto si sposta sulle prestazioni negative (altrettanto spesso) l’Italia primeggia vistosamente.
Infatti, il riferimento europeo viene usato e abusato a seconda del risultato che si vuole raggiungere, ma a volte, viene anche ignorato.
È il caso dell’End of Waste, dove per bizantinismi interpretativi, più di una Regione ha ritenuto che fosse venuto meno, in capo ad essa, il potere di autorizzare i processi di riciclo di rifiuti da cui devono esitare “non rifiuti”. Una pregiudiziale fondamentale per i processi industriali di settore, dove il riciclo per lungo tempo non ha avuto senso compiuto semplicemente perché da rifiuti continuavano a esitare rifiuti. L’economia circolare è la scoperta dell’acqua calda, che solo paesi che hanno dimenticato cosa sia la povertà possono spacciare come un concetto innovativo. Nel mondo delle risorse, l’economia circolare esiste da sempre e solo quando, senza una puntuale assistenza amministrativa, si è deciso che quanto poteva essere riciclato e recuperato doveva chiamarsi “rifiuto”, il sistema si è – ovviamente – ingolfato.
All’Europa il Ministero dell’Ambiente aveva fatto tre domande specifiche alle quali, con nota del 9 dicembre 2015, il Capo dell’Unità Rifiuti della Direzione Generale Ambiente della Commissione Ue (Julio Garcìa Burgués) aveva fornito tre risposte specifiche, rispetto alla cessazione dello status di rifiuto, con particolare riferimento alla fissazione di criteri End of Waste nell’ambito delle autorizzazioni.
Nello specifico, la terza domanda era sul “caso per caso” e chiedeva se questo termine potesse significare che i criteri End of Waste fossero stabiliti dalla locale autorità competente nell’ambito del rilascio delle autorizzazioni al recupero dei rifiuti. La risposta comunitaria è stata netta: un sì pieno, fondato sulla interpretazione della Commissione relativa all’articolo 6 della Direttiva 2008/98/Ce e al corrispondente capitolo (pagg. 22-27) della “Guidance on the interpretation of key provisions of Directive 2008/98/EC on waste” (una sorta di circolare interpretativa sulla direttiva quadro in materia di rifiuti).
Su questa base il Ministero dell’Ambiente, il 1° luglio 2016 ha inviato una nota a tutte le Regioni e le Province autonome italiane facendo proprio il pensiero comunitario e, ricordando ovviamente l’apparato normativo di riferimento, nazionale e comunitario, ha ricordato le tre modalità di definizione dei criteri End of Waste, gerarchicamente ordinate:
• i criteri Ue prevalgono sui quelli previsti dai decreti nazionali;
• questi ultimi, a loro volta, prevalgono sui criteri regionali o provinciali indicati nelle autorizzazioni;
• le Regioni o le Province delegate possono, in sede di autorizzazione rilasciata ai sensi degli articoli 208, 209 e 211 e di Aia, definire i criteri End of Waste “previo riscontro” delle condizioni indicate dall’articolo 184-ter, comma 1, del Dlgs 152/2006.
Nonostante la chiarezza adamantina della ricostruzione normativa della nota ministeriale e delle conclusioni che questa trae, fortificata dal pensiero della Commissione Ue, qualcuno sta già mormorando che la nota non è chiara. Non c’è commento, se non ricordare che, alle soglie del 1800, Francisco Goya realizzò un’incisione famosissima: “il sonno della ragione genera mostri”.
In questa vicenda, la debolezza dell’apparato amministrativo nazionale è di grandissima evidenza. Un accento di vissuto che, però, è solo la punta di un immenso iceberg: la mancata indicazione da parte del Legislatore di quale sia l’interesse prevalente nell’insanabile conflitto tra interessi alla produzione e interessi alla tutela. Nella debolezza del sistema, la Conferenza di servizi è sempre più spesso un mezzo per rallentare le decisioni e rendere più soft le responsabilità dei singoli. Il Giudice amministrativo diventa, allora, il vero artefice dei destini di ogni produzione e di ogni tutela. Saggio dispensatore di verità interpretative di un diritto amministrativo che, esageratamente sofisticato, è affidato ad una Pubblica amministrazione non sempre opportunamente formata e dove l’attività amministrativa diventa attività di scontro della lotta politica (non solo) locale. Fragilità e fragilizzazioni di un paese che deve reimparare cosa sia la logica di sistema e che, nel frattempo, si abitua dolorosamente a tutto; anche al canone inverso dove al principio nazionale si sovrappone la voce locale che agisce al contrario.